Credo che narrazione, design, tecnologia e media differenti possano coesistere.
Il mio lavoro è far si che questo accada.
Questo è il posto dove condivido note, idee, lavori in corso. Tutti i giorni.
...o quasi.

101project: Memory of the Future

21 January 2011 | 1 Commento

Durante la più importante fiera tecnologica mondiale dell’epoca, a New York, l’azienda Italiana Olivetti espone in bella vista i suoi nuovi modelli di calcolatrici meccaniche mentre relega in un angolo seminascosto un nuovo prodotto tanto avvenieristico quanto sottovalutato: la Programma 101, il primo personal computer della storia. Sarà un successo clamoroso. Lo stand è preso d’assalto. Curiosi e addetti ai lavori formano file interminabili e obbligano gli organizzatori a disporre un apposito servizio d’ordine per regolare le entrate.
Questo evento è il culmine dell’incredibile storia dell’invenzione del primo Personal Computer, un piccolo calcolatore progettato e costruito in semiclandestinità da alcuni pionieri della ricerca in campo informatico.

La storia comincia nel 1963 quando Piergiorgio Perotto, Giovanni Desandre e Gastone Garziera, tre progettisti dell’ Olivetti, cominciano a maturare un sogno che sfida e sovverte le regole del progresso tecnologico del loro tempo. Isolati in uno stanzino dai vetri oscurati e completamente dimenticati dal resto dell’azienda impegnata a costruire calcolatrici meccaniche, cominciano indisturbati a progettare il loro calcolatore.

“ Lavorare a un computer personale in quegli anni era impensabile – ci spiega De Sandre – la gente non ci capiva, eravamo visti come alieni e i vertici della nostra azienda erano totalmente disinteressati alla nostra attività”.

Nei primi anni 60, parlare di informatica voleva dire parlare di enormi calcolatori che per la maggior parte della società mondiale erano pura fantascienza. Nel 1963 l’ultimo ritrovato in campo informatico era DEC PDP-1 un computer tecnologicamente avanzatissimo, ma che occupava un intera parete, costava 100.000 dollari ed era utilizzato solamente in pochissimi laboratori specializzati. Un gruppo di giovani studenti del MIT Massachussetts Institute of Technology, per poterlo utilizzare devono forzare di nascosto le porte dell’unico laboratorio dello stato che ne possiede uno, (in questa occasione per la prima volta verrà coniato il termine hackers), mentre a Londra, in un inchiesta televisiva del 1964, sentiamo i passanti parlare del computer come di un oggetto minaccioso, “ ho paura “, dice uno di loro, “ il mondo dei computer sostituirà l’umanità ”.

E mentre il mondo sogna e teme l’oggetto del futuro, in quel piccolo laboratorio dai vetri oscurati, vediamo la P101 materialmente ricostruirsi di fronte ai nostri occhi. Garziera e De Sandre, dai vecchi laboratori Olivetti, ci raccontano il percorso che ha portato a costruire il primo computer pensato per tutti; “In quegli anni non andavi al supermercato a comprare tecnologie elettronica, bisognava inventarsi tutto”. I due progettisti ci raccontano come idearono una piccola memoria con un filo di ferro, una cartolina magnetica portatile antenata del floppy disk, l’ingresso e l’uscita dei dati, il sistema operativo e i programmi. Come, passo dopo passo, riuscirono a costruire un piccolo computer che non fosse un prototipo per pochi, ma un prodotto pensato per una produzione su vasta scala e facile da usare.

Nel giro di un paio d’anni l’idea prende forma e nel 1965 la P101 è pronta. Viene presentata ai vertici dell’azienda che non capiscono la portata innovativa del prodotto e lo accolgono con disinteresse: “se le grandi americane, L’IBM e i sette nani – come venivano chiamate ai tempi – non hanno costruito niente di simile, vuol dire che è un prodotto senza futuro”, sarà la fredda considerazione dell’amministratore delegato. Ma dopo un breve periodo di indecisione, all’ultimo decidono di portarla comunque alla fiera di New York dove, contro tutte le aspettative, verrà consacrata dai giornali con quella frase che qualche anno dopo avrebbe fatto il successo di un tale Bill Gates: “A personal computer in every desktop”

E la P101 sfonda, prima a New York, poi nel resto del mondo. Appaiono le prime immagini del lento approccio della società con il mondo dei computer. Dagli archivi Olivetti, vediamo la P101 entrare nelle scuole italiane, bambini che si avvicinano e giocano con un prodotto che è il seme del loro futuro, prendono dimistichezza, si informano, effettuano calcoli e sfidano il piccolo computer ai dadi. “Non pensavamo che un computer potesse essere così piccolo e facile da usare”, ci dice uno di loro. Dall’altra parte dell’oceano intanto, negli spot pubblicitari delle tv americane, vediamo il primo personal entrare nelle case, negli uffici, e addirittura nel bagagliaio di una Cadilac. All’ombra della Tour Eiffel un tassista ci dice che utilizzare la 101 “est très facile”.

Per la prima volta il computer non è più un oggetto minaccioso e inaccessibile.

Ma i colossi americani non restarono di certo a guardare. IL 10 giugno 1967 La Hewlett Packard versa 900.000 dollari all’Olivetti, implicitamente riconoscendo di aver violato il brevetto della Programma 101 con il suo modello HP 9100. “A me e Perotto – ci spiega De Sandre – venne versato un dollaro simbolico, come inventori del primo personal computer” Il resto della storia, la conosciamo già tutti…

Scoprite tutto sul progetto 101 sul sito ufficiale: http://www.101project.eu/

Vi segnalo anche il documentario su Arduino visibile qui.


Che cosa c’è dietro la Social Inbox di Facebook

23 November 2010 | Commenta

Una settimana fa il social network ha presentato il suo nuovo sistema di comunicazione, basato sull’integrazione tra posta elettronica, grafo sociale e convergenza dei messaggi. Ma è solo il primo passo verso una strategia di telecomunicazioni molto più ampia.

Facebook ha lanciato il suo nuovo concetto di comunicazione one-to-one, destrutturando il mondo della comunicazione moderna, disegnando un’era di comunicazione sempre più transmediale, destinata a cambiare le sorti della comunicazione tra persone, destinata quindi a cambiare la società prossima ventura. Facebook è il social network che ha circoscritto attorno alle amicizie il suo perno tecnologico, sociale ed economico, concentrando l’attenzione sulle persone e sulle loro relazioni. La relazione tra le persone in Facebook ha un valore enorme, a volte più più grande delle perone stesse. È proprio su questo che l’azienda sta puntando da diverso tempo per rafforzare la sua già dominante posizione nel mercato delle relazioni umane. Ma agli occhi più attenti non sarà certo sfuggito che il lavoro di innovazione e ricerca di Facebook verte attorno alla ridefinizione di quelle regole, funzioni e assiomi della comunicazione definiti e dibattuti in buona parte del secolo scorso.

Continua a leggere su apogeonline.com


Dopo 15 anni di attesa è nato Amazon.it

22 November 2010 | Commenta


Bad Design Sucks

19 November 2010 | Commenta

Bad design Sucks è un manifesto culturale creato da Blossom Communications di Milano, che ha l’obiettivo di cambiare il modo in cui il design è percepito, per “cambiarlo con cuore, passione, attitudine e intelligenza”. E’ scaricabile qui, e chiunque abbia a che fare con il design (o i designer) è tenuto a scaricarlo, stamparlo e tenerlo a portata di mano. :)

via Ninjamarketing.


Howard Rheingold e la Social Media Literacy

5 November 2010 | Commenta

Per il Festival della Scienza abbiamo avuto modo di intervistare Howard Rheingold, Critico letterario e saggista statunitense.

Vi ripropongo la prima parte dell’intervista qui, ma la trovate per intero sul sito del Festival.

1)  Clay Shirky nel suo ultimo libro ha affrontato il tema del Surplus Cognitivo come opportunità per lo sviluppo di un’azione sociale che, di fatto, diventa una risorsa globale condivisa. Pensando a questi strumenti, quali sono secondo te le opportunità che dobbiamo aspettarci dal futuro?

Con 5 miliardi di telefoni cellulari e 2 miliardi di account Internet e una serie di potenti strumenti gratuiti, da Google a Facebook a Youtube, la gente ha l’opportunità di lavorare in modo collaborativo e creativo per migliorare la propria condizione e rendere il mondo un posto migliore. Ma quanti di loro sanno come fare? Penso che l’alfabetizzazione – saper utilizzare le tecnologie a nostra disposizione – è la chiave. Per questo motivo, sto scrivendo un libro su social media literacy, e contemporaneamente sto facendo una serie di video sull’argomento. Http://howardrheingold.blip.tv/

2) Quali saranno le modalità con cui si farà ricerca scientifica in futuro?

Cittadini armati di potenti sensori nei loro smartphone e la possibilità di riunire le risorse (ad esempio SETI@home e altri sforzi di elaborazione distribuita/collettiva) possono diventare un potente moltiplicatore della potenza della conoscenza esercitata da scienziati esperti.

3) La parola chiave del festival della scienza 2010 è “Orizzonti”. Qual è la sua personale definizione di “orizzonte” e del suo opposto, il “confine”.

Era facile vedere l’orizzonte tecnologico 20-30 anni fa, ma con l’avvento dei personal computer e delle reti digitali, la distribuzione capillare di strumenti per l’innovazione e la scoperta ha reso più difficile vedere il futuro. Due citazioni di personaggi famosi incorniciano la situazione. Alan Kay ha detto che “il miglior modo per predire il futuro è inventarlo”, e William Gibson ha detto che “il futuro è qui ora, ma non è distribuito uniformemente”. Coloro che hanno gli occhi per vedere possono vederlo – ma c’è davvero tanto da vedere. Scoprire che l’innovazione di confine cambierà il mondo di domani è una nuova opportunità che richiederà nuovi talenti.

Continua


Cosa farà cambiare tutto? Il web come rivoluzione del pensiero

4 November 2010 | 2 Commenti

Al Festival della Scienza, all’interno del programma TelecomIncontra, a Palazzo Ducale, nella Sala del Maggior Consiglio, sabato 6 novembre alle 18.30, John Brockman, , Stewart Brand, e Clay Shirky proveranno a rispondere a una domanda che ha il sapore della provocazione: Cosa farà cambiare tutto?
Questa domanda è oggetto di un libro curato dallo stesso Brockman (“Come cambierà tutto. Le idee che trasformeranno il nostro futuro” – Il Saggiatore), in cui gli scienziati coinvolti puntano su un tema comune: l’investigazione scientifica ad ampio raggio sta per cambiare il mondo, e internet è il suo grande palcoscenico.

John Brockman ha lanciato il sasso nello stagno del dibattito usando le parole profetiche di Danny Hillis, pronunciate nel 1996: “Molte persone pensano che la Rete sia Internet, ma così facendo si perdono qualcosa. Perché Internet è un nuovissimo terreno fertile dove possono crescere tante cose, e la Rete è soltanto la prima di queste cose, potenzialmente innumerevoli. La Rete è un mezzo di comunicazione vecchio incorporato in un ambiente nuovo”.
Questo nuovo ambiente non si è limitato a cambiare il contesto della nostra vita ma ha ricreato noi stessi. Una rivoluzione potente e impercettibile. Internet non ha solo cambiato la nostra quotidianità e le nostre abitudini: è entrato nella nostra mente, mutando il nostro modo di pensare.

In questo senso, niente di nuovo: come spiegheranno Brand e Shirky, davanti ai grandi spartiacque della Storia nessuno ha mai potuto dire la sua. Nessuno ha votato a favore o contro l’introduzione della stampa, dell’elettricità, della radio, del telefono, dell’aeroplano. Nessuno si è mai espresso in merito alla penicillina, agli antibiotici, ai viaggi spaziali e tanto meno in merito al personal computer. E nemmeno a proposito di Internet, dei telefoni cellulari e del sequenziamento del genoma umano.
Eppure oggi, nella società dell’interattività assoluta, questo può sembrare un paradosso. Ecco, allora, la domanda: cosa succederà nel prossimo futuro? Come saranno prese le prossime decisioni di importanza vitale?
John Brockman, Stewart Brand e Clay Shirky proveranno a dare una risposta e a spostare un po’ più in là il limite del nostro orizzonte. Tecnologico. Ma non solo.
Diretta live dell’incontro sulla piattaforma multimediale del Festival della Scienza,
6 novembre, ore 18.30 > www.festivalscienzalive.it

Biografie e bibliografia
Stewart Brand
Stewart Brand, autore di uno dei testi di riferimento per gli ambientalisti di tutto il mondo, (Una cura per la terra. Manuale di un ecopragmatista, Codice edizioni, 2010) è uno tra i più influenti pensatori dei nostri tempi. È stato lo scienziato che ha convinto i vertici della NASA a rilasciare le prime immagini della Terra vista dallo spazio, sicuro che avrebbero rappresentato per l’umanità un’immagine potente. Nel 1968 ha pubblicato la prima edizione del Whole Earth Catalog, il leggendario eco-catalogo che Steve Jobs ha definito “Google in versione cartacea” e che gli è valso lo US National Book Award.

Ultimi libri pubblicati in Italia:
- Il Lungo Presente: Tempo e responsabilità (2009)
- Una cura per la terra (2010)

Clay Shirky
Esperto degli effetti sociali ed economici di Internet. Con “Surplus Cognitivo” (Codice edizioni, 2010) si è riconfermato come il più lucido e originale interprete del mondo del web. Lavora come consulente per molte aziende del comparto tecnologico e per i media, insegna alla New York University e scrive per il “New York Times”, il “Wall Street Journal” e “Wired”.

Ultimi libri pubblicati in Italia:
- Uno per uno, tutti per tutti (2009)
- Surplus Cognitivo (2010)

John Brockman
Riconosciuto promotore della “terza cultura”, punto d’incontro tra scienziati e umanisti, è agente letterario, impresario culturale, creatore e animatore della Edge Foundation (www.edge.org).

Ultimi libri pubblicati in Italia:
- 135 ragioni per essere ottimisti (2009)
- Come cambierà tutto. Le idee che trasformeranno il nostro futuro (2010)


Cosa farà cambiare tutto

3 October 2010 | Commenta

Con la scienza creiamo la tecnologia e usando questi nuovi strumenti ricreiamo noi stessi. Fino a poco tempo fa, tuttavia, non è mai esistito nessun mezzo democratico che indicasse come questo processo dovesse avvenire, tramite una scelta o addirittura un voto. Nessuno ha mai votato per l’introduzione della stampa. Nessuno ha mai votato a favore o contro l’elettricità, la radio, il telefono, l’aeroplano. Nessuno si è mai espresso a riguardo della penicillina, degli antibiotici, della pillola anticoncezionale. Né per i viaggi spaziali, il personal computer, internet, l’email, i telefoni cellulari, il sequenziamento del genoma umano. Stiamo procedendo verso una completa ridefinizione delle nostre esistenze. Cosa succederà nel prossimo futuro e come verranno prese le prossime decisioni di importanza – letteralmente – vitale? Questi temi saranno affrontati dal presidente della Edge Foundation John Brockman, lo scienziato ambientale Stewart Brand e, eccezionalmente in Italia, l’esperto degli effetti sociali ed economici del Web Clay Shirky.
L’appuntamento è per il 6 novembre, alle 18:30 nel Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio a Genova in occasione del Festival della Scienza. Ci vediamo lì.


Twitter Annotations

21 June 2010 | Commenta

tag cloudMatthew Ingram su Gigagom anticipa alcune informazioni sull’imminente uscita di una nuova feature di twitter: le annotations.
La notizia è importante dal momento che ci darà modo di aggiungere un contesto ai tweets e di consentire il trattamento degli stessi, per non parlare del fatto che le URL possono essere inviate come metadati, piuttosto che come parte dei 140 caratteri.
Si tratta dell’ennesimo esempio di informazione di scala che cresce fino al punto in cui dobbiamo introdurre maggiori informazioni per gestire il contenuto. La regola è sempre la stessa: al crescere dell’informazione aumenta la necessità di aggiungere informazioni alla stessa per gestirla.
Twitter sta specificando il modo in cui le annotazioni saranno codificate, ma non quello in cui vengono definiti i metadati. È infatti possibile dichiarare un “tipo” con il proprio insieme di “attributi”. Ma quali sono questi tipi? La risposta è: qualunque cosa riteniamo opportuno.
Chris Messina avverte però che questo potrebbe creare confusione tra tipi e attributi. Penso che Chris abbia ragione. In parte.
Specificare la sintassi, ma non i tipi e gli attributi, sarà inevitabilmente fonte di confusione: quello che qualcuno tagga come “tipo”, qualcun altro potrebbe taggare come attributo, senza parlare della perdita di informazioni dovuta al tagging misto, quello in cui alcune informazioni sono in una lingua ed altre in un’altra.
Le paure di molti rispetto a questo punto sono a mio modo di vedere esagerate. Si, è corretto quello che dice Messina, ci sarà probabilmente confusione, ma la confusione è alla base di una folksonomy naturale. Alla fine saremo comunque in grado di raggiungere l’informazione di cui abbiamo bisogno sfruttando proprio il “miglior disordine possibile”.
Le Annnotations però sono sintomatiche di una volonta di Twitter di iniziare a creare un modello di business basato sulla monetizzazione di catogorie di tweets o addirittura sulla vendia di tweet singoli o di prodotti legati a quel tweet. Basterà per esempio utilizzare come “tipo” il prezzo relativo. Si potranno però anche utilizzare “tipi” che definiscono la popolarità dei tweet, introducendo il concetto di “rating” su messaggi che si qualificheranno sempre più man mano che verranno ritweettati e che il rating attribuitogli crescerà. Sarà per esempio possibile misurare anche l’umore del messaggio attraverso l’analisi degli hash tag correlati a specifici “tipi” di informazione.
Insomma, questo è un altro scenario possibile in grado di risolvere il problema della valutazione semantica dei link di cui si parlava qualche giorno fa.
La mia curiosità rispetto a questa novità sta nel vedere come gli utenti adatteranno la piattaforma alle loro necessità e se Twitter gli andrà incontro come ha fatto finora.
Certo è che l’affermazione di Derrick a proposito dei tag è sempre più più vera.