Credo che narrazione, design, tecnologia e media differenti possano coesistere.
Il mio lavoro è far si che questo accada.
Questo è il posto dove condivido note, idee, lavori in corso. Tutti i giorni.
...o quasi.

Uni-Versum

28 January 2011 | Commenta


In questo numero di Uni-Versum, il semestrale promosso dall’editrice EDICTA di Parma, è stato pubblicato un mio pezzo sul futuro delle interfacce.
Se vi interessa potete fare richiesta per avere la rivista e approfondire anche altri argomenti ugualmente interessanti.


Appello per Torino Open Government

25 January 2011 | Commenta

Abbiamo scritto questo appello rivolto a tutti i candidati Sindaco di Torino. E’ possibile aderire commentando questo post o scrivendo a fabio.malagnino@gmail.com

Cari candidati,
gli italiani non hanno fiducia nello Stato e nelle amministrazioni.
La corruzione nella Pubblica Amministrazione in Italia è oggi stimata tra i 50 e i 60 miliardi di euro all’anno. La qualità della nostra spesa pubblica è agli ultimi posti in ogni classifica tra i paesi avanzati.
Le pubbliche amministrazioni si trincerano dietro una legge sulla trasparenza amministrativa che mostra tutti i suoi limiti e dietro interpretazioni restrittive della normativa sulla privacy che stabiliscono che le informazioni pubbliche non siano necessariamente pubblicabili. Possono essere rese disponibili nei siti web degli enti, senza però poter essere indicizzate dai motori di ricerca (e quindi, di fatto, irraggiungibili).
Nell’epoca della cultura digitale essere trasparenti significa adottare il modello dell’Open Government.
Le amministrazioni pubbliche devono mettere a disposizione tramite Internet tutti i dati di cui dispongono, nella misura in cui non vengano rivelate informazioni personali coperte da privacy, in modo che possano essere utilizzati liberamente dai cittadini per analizzarne funzionamento, prestazioni e per costruire innovazione.
L’open government si propone di creare le condizioni organizzative, culturali e politiche affinché ogni cittadino abbia il diritto di contribuire a creare progetti per il cambiamento, di trasformazione democratica e di modernizzazione della società italiana.
Aprire la mole di informazioni contenute nelle pubbliche amministrazioni in modo creativo, intelligente ed open consentirebbe di fornire migliaia di nuovi servizi utili a tutti i cittadini. Occorre considerare gli utenti come risorse da coinvolgere nella progettazione, produzione e valutazione piuttosto che come destinatari passivi di processi studiati a tavolino.
Succede a New York, Los Angeles, Toronto, Sidney e, per rimanere vicino a noi, a Londra.
E succede anche in Piemonte, in via sperimentale con dati.piemonte.it dove sono pubblicati alcuni dati dell’amministrazione regionale.

Con questo appello desideriamo lanciare una sfida ai candidati alle primarie: fare di Torino la prima città completamente open gov. La cornice normativa c’è già e basterebbe una semplice delibera di giunta.
Inoltre la tecnologia, ed in particolare internet e gli strumenti di accesso alla Rete, sono elementi abilitanti ai processi di partecipazione. Per questo motivo è dovere di chi amministra favorire lo sviluppo, la promozione, il potenziamento di internet, del wi-fi realmente libero e gratuito, del software Open Source.
Centralità del cittadino, partecipazione, accesso universale ai dati pubblici, uso del web sono tratti distintivi dell’open government e delle sue ricadute economiche. In questo contesto è infatti immaginabile la crescita dell’imprenditoria e della creatività giovanile, il lavoro per aziende e professionisti locali impegnati nello sviluppo dell’Open Source, la facilità di interazione tra i vari soggetti favorita dallo sviluppo capillare di internet.
Chi di voi, nel caso diventi sindaco, è disposto a impegnarsi concretamente su questi temi?
Fiducia, attraverso trasparenza e apertura dei dati, e coinvolgimento, attraverso la co-produzione dei servizi, sono le due parole chiave che dovrebbero stare alla base del progetto per la Torino del futuro.

Fabio Malagnino – giornalista e blogger
Nicola Mattina – imprenditore comunicazione d’impresa
Juan Carlos De Martin – Politecnico di Torino
Gianluca Dettori – imprenditore, fondatore Dpixel
Giovanni Calia – social media strategist
Marco Zamperini – tecnologo, professore, blogger e giornalista
Mark Vanderbeeken – imprenditore
Vittorio Pasteris – giornalista e blogger
Michele Visciola – imprenditore
Andrea Toso – manager editoria
Pietro Izzo – giornalista e blogger
Gianluca Gobbi – caporedattore Radio Flash Torino
Alessandro Mercuri – psicologo dell’organizzazione
Marco Titli – studente

Dal blog di Fabio.
Foto di joeburded.


101project: Memory of the Future

21 January 2011 | 1 Commento

Durante la più importante fiera tecnologica mondiale dell’epoca, a New York, l’azienda Italiana Olivetti espone in bella vista i suoi nuovi modelli di calcolatrici meccaniche mentre relega in un angolo seminascosto un nuovo prodotto tanto avvenieristico quanto sottovalutato: la Programma 101, il primo personal computer della storia. Sarà un successo clamoroso. Lo stand è preso d’assalto. Curiosi e addetti ai lavori formano file interminabili e obbligano gli organizzatori a disporre un apposito servizio d’ordine per regolare le entrate.
Questo evento è il culmine dell’incredibile storia dell’invenzione del primo Personal Computer, un piccolo calcolatore progettato e costruito in semiclandestinità da alcuni pionieri della ricerca in campo informatico.

La storia comincia nel 1963 quando Piergiorgio Perotto, Giovanni Desandre e Gastone Garziera, tre progettisti dell’ Olivetti, cominciano a maturare un sogno che sfida e sovverte le regole del progresso tecnologico del loro tempo. Isolati in uno stanzino dai vetri oscurati e completamente dimenticati dal resto dell’azienda impegnata a costruire calcolatrici meccaniche, cominciano indisturbati a progettare il loro calcolatore.

“ Lavorare a un computer personale in quegli anni era impensabile – ci spiega De Sandre – la gente non ci capiva, eravamo visti come alieni e i vertici della nostra azienda erano totalmente disinteressati alla nostra attività”.

Nei primi anni 60, parlare di informatica voleva dire parlare di enormi calcolatori che per la maggior parte della società mondiale erano pura fantascienza. Nel 1963 l’ultimo ritrovato in campo informatico era DEC PDP-1 un computer tecnologicamente avanzatissimo, ma che occupava un intera parete, costava 100.000 dollari ed era utilizzato solamente in pochissimi laboratori specializzati. Un gruppo di giovani studenti del MIT Massachussetts Institute of Technology, per poterlo utilizzare devono forzare di nascosto le porte dell’unico laboratorio dello stato che ne possiede uno, (in questa occasione per la prima volta verrà coniato il termine hackers), mentre a Londra, in un inchiesta televisiva del 1964, sentiamo i passanti parlare del computer come di un oggetto minaccioso, “ ho paura “, dice uno di loro, “ il mondo dei computer sostituirà l’umanità ”.

E mentre il mondo sogna e teme l’oggetto del futuro, in quel piccolo laboratorio dai vetri oscurati, vediamo la P101 materialmente ricostruirsi di fronte ai nostri occhi. Garziera e De Sandre, dai vecchi laboratori Olivetti, ci raccontano il percorso che ha portato a costruire il primo computer pensato per tutti; “In quegli anni non andavi al supermercato a comprare tecnologie elettronica, bisognava inventarsi tutto”. I due progettisti ci raccontano come idearono una piccola memoria con un filo di ferro, una cartolina magnetica portatile antenata del floppy disk, l’ingresso e l’uscita dei dati, il sistema operativo e i programmi. Come, passo dopo passo, riuscirono a costruire un piccolo computer che non fosse un prototipo per pochi, ma un prodotto pensato per una produzione su vasta scala e facile da usare.

Nel giro di un paio d’anni l’idea prende forma e nel 1965 la P101 è pronta. Viene presentata ai vertici dell’azienda che non capiscono la portata innovativa del prodotto e lo accolgono con disinteresse: “se le grandi americane, L’IBM e i sette nani – come venivano chiamate ai tempi – non hanno costruito niente di simile, vuol dire che è un prodotto senza futuro”, sarà la fredda considerazione dell’amministratore delegato. Ma dopo un breve periodo di indecisione, all’ultimo decidono di portarla comunque alla fiera di New York dove, contro tutte le aspettative, verrà consacrata dai giornali con quella frase che qualche anno dopo avrebbe fatto il successo di un tale Bill Gates: “A personal computer in every desktop”

E la P101 sfonda, prima a New York, poi nel resto del mondo. Appaiono le prime immagini del lento approccio della società con il mondo dei computer. Dagli archivi Olivetti, vediamo la P101 entrare nelle scuole italiane, bambini che si avvicinano e giocano con un prodotto che è il seme del loro futuro, prendono dimistichezza, si informano, effettuano calcoli e sfidano il piccolo computer ai dadi. “Non pensavamo che un computer potesse essere così piccolo e facile da usare”, ci dice uno di loro. Dall’altra parte dell’oceano intanto, negli spot pubblicitari delle tv americane, vediamo il primo personal entrare nelle case, negli uffici, e addirittura nel bagagliaio di una Cadilac. All’ombra della Tour Eiffel un tassista ci dice che utilizzare la 101 “est très facile”.

Per la prima volta il computer non è più un oggetto minaccioso e inaccessibile.

Ma i colossi americani non restarono di certo a guardare. IL 10 giugno 1967 La Hewlett Packard versa 900.000 dollari all’Olivetti, implicitamente riconoscendo di aver violato il brevetto della Programma 101 con il suo modello HP 9100. “A me e Perotto – ci spiega De Sandre – venne versato un dollaro simbolico, come inventori del primo personal computer” Il resto della storia, la conosciamo già tutti…

Scoprite tutto sul progetto 101 sul sito ufficiale: http://www.101project.eu/

Vi segnalo anche il documentario su Arduino visibile qui.


Quello che ai network sfugge di Google TV

19 January 2011 | Commenta

google tv
Non si può dire che il lancio di Google TV sia stato memorabile, condizionato com’è stato da pecche sul fronte della user experience, difficoltà di funzionamento e dalla decisione di molti network televisivi di bloccarne l’utilizzo. Il motivo principale per cui Google TV non funziona è perché si tratta di una soluzione che comprende implicazioni gigantesche. Noi non vogliamo guardare programmi televisivi attraverso un sito web, anche se è su uno schermo tv. Non vogliamo giocherellare con i fili per creare ponti infrarossi solo per collegarlo al nostro Digital Video Recorder. Lo streaming televisivo non funzionerà fino a quando non si inizierà a risolvere il vero problema. E il problema è che oggi viviamo in un mondo connesso.

Continua su Apogeonline.


Si scredita per paura

17 January 2011 | Commenta

da Gennaro Carotenuto:

Così proprio nelle Facoltà di Scienze della Comunicazione (che qualunque studioso serio considera un motore del progresso economico e culturale nella nostra era post-industriale) il governo vede invece un pericolo per la propria narrazione sociale, per il proprio latifondo informativo e per l’egemonia sottoculturale incarnata dal gruppo Mediaset e più in generale dal berlusconismo. Nelle facoltà di Scienze della Comunicazione gli studenti non si preparano solo alle professioni della comunicazione di massa, d’impresa, pubblicitaria. Apprendono a pensare la comunicazione come plurale e partecipativa. Acquisiscono strumenti che permettono loro di inventare nuovi media altri. Studiano per innovare forme, tecniche e contenuti rispetto al format da pensiero unico sul quale si regge il modello. Lavorano per fare comunicazione e informazione con la propria testa e non per compiacere qualcuno.

via Koolinus


Automobili iperconnesse

17 January 2011 | Commenta

Marty McFly rimase di stucco quando nel 1985 “Doc” gli presentò una ormai mitica DeLorean DMC-12 capace di viaggiare nel tempo. Lo scienziato di Ritorno al Futuro Emmett Brown, non fece altro che modificare quell’auto aggiungendoci un Flusso canalizzatore e un display LCD capace di indicare il periodo storico in cui viaggiare. Un po’ di fumo e scintille ed un grandioso Michael J. Fox fecero il resto: il mito dell’automobile del futuro era stato costruito.

Ritorno al futuro è considerato uno dei più riusciti prodotti della Hollywood da fantascienza.

Eppure anche “Doc” rimarrebbe stupito della tecnologia che si riesce a portare oggi nell’abitacolo di un’automobile.

Qualcuno, dieci anni fa, provò a brevettare per davvero il flusso canalizzatore, ma le macchine che viaggiano nel tempo ancora non le abbiamo viste. Al CES di Las Vegas di quest’anno però abbiamo visto molto di più.

Spesso tendiamo a sottovalutare l’idea di Tablet o Portable Media Player come strumento integrato nelle future automobili.

Già dopo ventiquattro ore dalla presentazione dell’iPad, ad esempio, ci fu chi “artigianalmente” provò ad infilarlo in un cruscotto anticipando tendenze presenti e future. Oggi infatti sono molti quelli che utilizzano quello strumento per l’infotainment da auto.

Il mondo dell’intrattenimento in auto è sempre andato di pari passo con la tecnologia e con la passione degli amatori che si sono sempre cimentati nelle più varie forme di “tuning”. L’avvento dei Tablet, della Realtà Aumentata e degli schermi   OLED, però può stravolgere l’idea di automobile in termini di sicurezza, di intrattenimento e soprattutto connettività.

Intrattenimento e utilità

Negli ultimi 15 anni il mondo dell’ intrattenimento in automobile è stato completamente rivoluzionato, complice l’abbattimento dei prezzi dei prodotti Hi-Tech e l’uscita sul mercato di una miriade di prodotti e soluzioni. Siamo passati dalle audiocassette ad un sistema multimediale capace di offrire informazioni utili alla guida ed in trattenimento di tutto rispetto.

L’avvento dei PMP, dei Tablet e soprattutto di un sistema aperto come Android, sta integrando in auto quello che sempre più spesso ci troviamo a utilizzare fuori dall’auto, sul lavoro o in casa. Al CES 2011, Fujitsu Ten ha presentato un prototipo di display che anticipa la prossima generazione di infotainment per auto lasciando intravedere quali potenzialità di Android possono essere usate a questo scopo.

Il prototipo presentato, svolge al momento le funzionalità di un tablet, la cui interfaccia però è stata resa più adatta ad un utilizzo da auto mediante semplici modifiche software. Pensare a cosa potrà significare avere le funzionalità di un sistema operativo come Android in auto, apre a scenari incredibili.

E’ quello che sta immaginando Audi, che è pronta a far debuttare il nuovo MMI Touch – Input System Makes Perfect Sense – l’interfaccia capace di offrire un controllo completo sulle informazioni dell’automobile come la pressione dei pneumatici mostrata in 3D ed in tempo reale o tutte le statistiche in tempo rale sulle prestazioni del motore, ma anche di regalare le emozioni di un sistema di intrattenimento casalingo di alta qualità.

Un sistema operativo evoluto e open source può permettere a chi sviluppa software per l’automotive di sbizzarrirsi e non sarà difficile trovare fra qualche anno, automobili con sistemi di controllo capaci di superare la fantasia dei più creativi sviluppatori di videogames o dei più incredibili autori di fantascienza.

Proprio il settore dei Videogames, propone spunti eccezionali. Basti pensare alle interfacce di controllo presenti in Gran Turismo 5 o Need for Speed che fra qualche anno sembreranno obsolete.

Si potrà quindi fruire e gestire una quantità infinita di dati sulla propria auto e nel frattempo far godere ai passeggeri la musica o i film che preferiscono, tutto in massima sicurezza.

Connettività

Il Cloud Computing sta modificando in nostro concetto di accesso alle risorse, allo storage e alle informazioni. I costruttori di automobili non potevano ignorare questa tendenza e si stanno muovendo per fornire ai loro clienti sempre più servizi a bordo.

Dai primi telefoni per automobili di strada se n’è fatta, anche se in questo campo non si è creata ancora una vera e propria innovazione. Si è dovuto aspettare la nascita di un mercato del mobile che introducesse non solo l’hardware, ma la necessità di ottenere connettività in mobilità, si è dovuta aspettare quindi la creazione del bisogno. La tendenza sarà sempre più quella di assolvere qualunque compito in mobilità e la tecnologia già permette di accedere a qualunque servizio internet da qualunque posto, anche in movimento. Questo grazie alla nascita e crescita sul mercato di prodotti e servizi dedicati.

L’automotive non sarà da meno e Mini, ad esempio, ha appena presentato quello che potrebbe essere un eventuale sviluppo in questo senso. In sostanza Mini utilizza l’iphone come modem 3G, ma attraverso un applicazione dedicata permette di integrare l’iphone con il computer di bordo offrendo così la gestione dei controlli dell’applicazione direttamente dal volante. Tutto questo per poter ascoltare Pandora, la famosa radio online. Il telefono, ovviamente, svolge anche le funzioni di fonia classica, ma lo fa integrandosi perfettamente con i sistemi di diffuzione dell’automobile. Lo smartphone diventa quindi un accessorio da automobile a tutti gli effetti, la cui integrazione con l’autovettura avviene in fase di progettazione dell’auto.

Quella di Pandora è solo una delle tante applicazioni che presto vedremo sul mercato e che permetteranno di connettere la nostra auto alla rete e di portare in auto tutti i servizi che utilizziamo via Internet a casa.

Certo, tutte queste nuove applicazioni e commodity per auto sono solo l’inizio di una completa digitalizzazione del settore automotive. Ma chissà se vedremo mai macchine volanti o capaci di tornare indietro nel tempo.


Così i cittadini videomaker reinventano la Rete

3 January 2011 | Commenta

Il 2010 registra 436 canali accesi in ogni angolo d’Italia Nel 2009 erano 286, con un +52% di crescita.

Geolocalizzazione e targetizzazione dell’offerta gli asset dei canali. Cresce la collaborazione con la Pubblica Amministrazione e le PMI.
I team di lavoro risultano più maturi e gli accessi in crescita, ma si mutua ancora dalla tv generalista. La multicanalità diventa il trend emergente

Come di consuetudine per ogni fine anno, i ricercatori dell’osservatorio www.altratv.tv hanno concluso il rapporto Netizen 2010, dedicato agli Internet Citizen, ovvero ai cittadini digitalizzati videomaker.
Dal rapporto emerge il tasso di crescita delle micro web tv italiane: +52% in un 2010 che vede salire i canali a quota 436 unità, rispetto ai 286 del 2009.
Affiora anche la piaga del digital divide: soltanto poco più della metà delle micro web tv intervistate dichiara, infatti, di trovarsi in una zona del paese totalmente coperta da banda larga.

E’ possibile scaricare il rapporto qui.