Credo che narrazione, design, tecnologia e media differenti possano coesistere.
Il mio lavoro è far si che questo accada.
Questo è il posto dove condivido note, idee, lavori in corso. Tutti i giorni.
...o quasi.

Due reti due misure

19 December 2010 | 1 Commento

Per il settimanale americano TIME non ci sono dubbi: l’uomo dell’anno è Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, protagonista del film sul Social Network che ha ormai mezzo miliardo di iscritti.
Per i suoi lettori invece, Julian Assange, fondatore e CEO di un’altro e assai più discusso network:Wikileaks.
L’onoreficienza del TIME premia chi nel bene o nel male ha più stravolto gli eventi dell’anno.
Basti pensare che nel 1938 fu addirittura nominato Adolf Hitler.
Per i lettori di Time invece è Assange, agli arresti domiciliari in Inghilterra, l’uomo del 2010.

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Due reti due misure

18 December 2010 | Commenta

Per il settimanale americano TIME non ci sono dubbi: l’uomo dell’anno è Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, protagonista del film sul Social Network che ha ormai mezzo miliardo di iscritti.
Per i suoi lettori invece, Julian Assange, fondatore e CEO di un’altro e assai più discusso network: Wikileaks.
L’onoreficienza del TIME premia chi nel bene o nel male ha più stravolto gli eventi dell’anno.
Basti pensare che nel 1938 fu addirittura nominato Adolf Hitler.
Per i lettori di Time invece è Assange, agli arresti domiciliari in Inghilterra, l’uomo del 2010.
Due americani su tre lo vorrebbero condannare per aver messo in pericolo il mondo con le sue rivelazioni, mentre il 30% degli americani pensa che sia un campione della libertà di stampa. Assange continua a dichiararsi innocente per l’accusa di stupro e a combattere contro l’estradizione in Svezia che lo consegnerebbe nelle mani di quei due americani su tre. E c’è chi si sta mobilitando a livello internazionale per la causa Assange, dove le opinioni sono quasi invertite, cercando di appellarsi al Primo Emendamento della Costituzione Americana.
La paura di alcuni però sta proprio qui, nel vedere sparire l’idea di una rete capace di connettere milioni di persone, innovare il mondo della comunicazione e far diffondere l’idea che la rete sia un’altra, una rete capace di far scoppiare guerre fredde 2.0; una rete che diventa un campo di battaglia della libera informazione.
La paura è che per salvaguardare gli interessi governativi e impedire che Assange diventi solo la punta dell’iceberg di un più amplio e crescente modo di pensare alla trasparenza, si impedisca a Internet di essere libera.
Il caso wikileaks ne è un esempio lampante. Circuiti bancari bloccati, chiusura dei server e cannibalismo mediatico sono solo alcuni chiari metodi di guerra moderna che dimostrano quanto della rete si può aver paura. Eppure il governo che sta facendo tutto questo è lo stesso che nel 2008 utilizzò proprio la rete per garantirsi la vittoria.
Sono queste le due facce di una rete che è tanto potente quanto pericolosa per chi alla trasparenza vera guarda con fastidio. Ma è questa rete la vera espressione di democrazia e trasparenza di cui il mondo ha bisogno.
Editori e dirigenti del Time hanno quindi scelto Zuckerberg, uno dei 10 più giovani miliardari al mondo perché, scrivono, “ha connesso milioni di persone e creato un nuovo sistema di informazione“.
Ma forse è proprio sulle informazioni da scambiare che lettori ed editori di Time non si sono trovati d’accordo.


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18 December 2010 | 4 Commenti

Un numero. Un valore. Un’età.  Ma prima di tutto un blog/magazine. Questo è tr3nta.com. La cronaca quotidiana dei tempi moderni visti con gli occhi di chi non ha più 20 anni ma nemmeno 40.

Non è giovanilismo. È la consapevolezza che in questa generazione si celi il tasso più alto di innovazione e di propensione a stare nel mondo globalizzato.
La nostra è la prima generazione veramente europea, che ha nelle nuove tecnologie e nelle reti un tratto della propria identità; che ha come peculiarità la mobilità; che non ha alcun timore di confrontarsi con culture e linguaggi diversi dai propri; che è pronta a mettere in discussione sé stessa per essere, fino in fondo, parte integrante del mondo che la circonda.

L’Italia non investe nel futuro e nelle sue giovani generazioni. Anzi spesso le mortifica conservando impenetrabili barriere all’accesso al mondo delle professioni, ostacoli alla piena soddisfazione del diritto a costituirsi una famiglia o ad avere protezione nel lavoro, incrostazioni e grumi corporativi, che mortificano il merito, deprimono il talento, fiaccano l’intraprendenza e il dinamismo.

L’Italia ha bisogno di più solidarietà tra le generazioni, ma anche di più libertà per i più giovani di costruirsi un futuro e di “determinarsi” liberamente nel proprio percorso di vita. Un Paese per le giovani generazioni significa che in questa partita l’Italia si gioca larga parte del proprio futuro. Si tratta di capire se saremo destinati al declino ed alla marginalità nei nuovi equilibri geopolitici, oppure se, all’interno del contesto di una nuova Europa, integrata e coesa, potremo ancora esercitare un ruolo ed una funzione.
Non si parla delle stancanti dichiarazioni di un dibattito mediatico troppo spesso autoreferenziale. Si tratta del futuro del paese. Ed il futuro è cosa che riguarda prima di tutto noi. Le giovani generazioni, la nostra qualità della vita, la nostra formazione, il nostro lavoro, l’ambiente naturale e sociale in cui vivremo.

Buona lettura! :)