The Social Network
21 November 2010 | 3 Commenti
Sono di ritorno dal cinema dove ho visto “The Social Network“.
Il primo commento che ho fatto tra me e me appena sono arrivati i titoli di coda è stato relativo alla critica: questo film non vale tanto quanto la critica gli sta dando.
Stiamo parlando di un film mediocre che cavalca l’onda del successo del prodotto che racconta, creando un alone di fascino attorno al personaggio che questo successo invece lo ha raggiunto per davvero in modi non propriamente simili a quelli raccontati nel film. Si tratta comunque dell’adattamento cinematografico di un libro di Ben Mezrich Miliardari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento -, che fondamentalmente ha fatto la stessa operazione di marketing.
Un libro ed un film provocanti e provocatori che narrano la storia di uno strumento usato da mezzo miliardo di persone, sono destinati al successo sicuro.
Un po’ come è capitato per alcuni libri culto per gli utenti Apple, ma che non hanno avuto un exploit per via delle dimensioni della base utenti (o fan), o magari per via della collocazione storica del prodotto. Cosa accaduta anche ai I pirati di Silicon Valley, film rimasto un blockbuster (si può ancora dire così?) di second’ordine.
Facebook non l’ho mai amato, devo essere sincero. E’ il primo strumento che di quelli che ho studiato o utilizzato, non basava i suoi presupposti su un idea di business possibile, ma su quello che molti ancora chiamano “cazzeggio”.
E invece è risultata l’idea più forte di tutte. L’unica piattaforma a crescere in maniera incredibile ed esponenziale in un periodo (la seconda metà del decennio che si sta per concludere) in cui una percentuale enorme di aziende e servizi 2.0 sono nati e morti a distanza di pochissimo tempo.
E’ un fatto. E non è da sottovalutare. E quello che è iniziato come “cazzeggio”, oggi, in molti casi non lo è più.
Dopo anni di studi e analisi, dopo aver fatto il ricercatore in un periodo in cui se pronunciavi la parola blog ti guardavano male, Facebook è stato l’unico strumento in grado di portare Internet alle masse. E’ stato l’unico servizio di cui, intorno alla fine del 2007/inizio 2008, la gente iniziava a parlare per strada o al bar. E ricordo ancora il mio stupore nel sentire la parola Facebook nominata tra persone “normali”. Era un po’ come una conquista per me che avevo investito così tanto tempo in quelli che oggi chiamiamo media sociali. Ed invece era solo la conferma che sociali, quei servizi, lo erano diventati per davvero.
Ed è appunto a questo che è dovuto il successo di questo film: alla conquista sociale che questo strumento ha portato nelle nostre vite.
C’è una frase molto forte che tra le tante mi ha colpito in questo film. E’ quella che pronuncia l’assistente avvocato di Zuckerberg ad un certo punto rivolgendosi a lui e chiedendogli cosa stesse facendo al computer durante una pausa. La risposta che ottiene è: “Guardo come sta andando il sito in Bosnia”. Lo stupore dell’avvocato è così tanto che commenta con una battuta che racchiude tutto il mio concetto: “In Bosnia non ci sono strade, ma c’è Facebook”.
E’ questo il punto. E’ questo il vero valore di questo film, ma ancor prima di questo Social Network.
In Italia poi, attribuisco buona parte del successo del film alla nostra idiozia. A quella nostra incapacità di produrre storie simili. Alla nostra perpetua condizione di inferiorità rispetto ad aziende fondate da ragazzi di 24 anni diventati poi milionari, alla nostra incapacità di mettere il mondo nelle mani di un ventiquattrenne. E quindi alla nostra visione idilliaca di quei paesi che invece lo fanno.
Il problema però non sono i nostri ragazzi di 24 o di 19 anni (come nel caso secondo me più clamoroso di Sean Parker). Il vero problema è l’incapacità di istruire i ragazzi con quelle nozioni fondamentali capaci di portare l’idea di un ragazzo ad essere trasformata in un successo commerciale.
Non abbiamo più le capacità come sistema paese per fare questo. Non ci sarà più nessun Rinascimento se continuiamo ad andare avanti in questo modo, se non investiamo nell’università e nell’istruzione, ma soprattutto se non cambiamo prospettiva nel modo stesso di insegnare. Se non insegniamo a prendere un’idea e trasformarla in un’azienda. Qualunque sia il corso che si decide di intraprendere.
E fino a quando tutto questo non accadrà, io sarò il primo a mandare chiunque mi chieda un consiglio, a fare quanta più esperienza possibile all’estero, cosa che, quando sarà il momento, cercherò di far intraprendere a mio figlio.
Ma non prima di avergli fatto vedere questo film.





Se uno vede il film dal punto di vista “italico” può pensare che queste storie di sucesso USA dipendono dal loro sistema educativo universitario, ma perderebbe il punto fondamentale: in America certe storie possono accadare perché la struttura finanziaria, fatta di nunerosi Venture Capitalists, è quella che supporta l’innovazione che, come dice il presidente Mao, è sempre distruttiva, e la prima cosa che distrugge è il denaro in tentativi di far nascere aziende.
Laggiu, a SF, c’è una macchina che produce soldi immettendo come carburante i soldi.
Cosa che si vede anche nei Piraty della Silicon Valley, quando Mike Makkula finanzia con 95.000$ la Apple non ancora nata.
Da noi non si può creare questo mecanismo (infatti a Milano non c’è nessun VC) perché è un paese di ex contadinacci inurbati e ripuliti ma che mantengono la mentaità della “robba”, e quindi immobili, depositi postali e BOT, questi due ultimi versione moderna del mattone sotto il quale Peppino nasconde i soldi.
Quando Tremonti o Draghi hanno orgasmi pubblici parlando della ricchezza degli italici non speigano che è una ricchezza utile per vivere benino ma che non può creare sviluppo.
Secondo me è più semplice, è più una questione culturale: le popolazioni di derivazione cattolica fondamentalmente approcciano la vita con il sentimento della paura.. tutt’altra cosa rispetto ai protestanti.
Ad ogni modo è una considerazione che molti metterebbero in discussione.
Senza dimenticare che l’Italia è il paese dell’invidia da quartiere: se azzardi un’idea audace di sicuro ci sarà chi ti dirà “ma che fai, ma smettila, ma che ti vuoi inventare”.. come se ti dicessero tutti i giorni “sei brutto, sei brutto, sei brutto”.. alla fine ci credi.
Il film, in Italia, era solo destinato al successo sicuro ( http://www.mymovies.it/boxoffice/italia/top20/ ).
MIA MADRE E UN GIORNO IN PRETURA: http://s8vuoto.myblog.it/archive/2010/11/14/mia-madre-omicidio-del-lavoro.html