Credo che narrazione, design, tecnologia e media differenti possano coesistere.
Il mio lavoro è far si che questo accada.
Questo è il posto dove condivido note, idee, lavori in corso. Tutti i giorni. ...o quasi.
Sono profondamente convinto della difficoltà di trovare ancora oggi delle definizioni comunemente riconsciute a processi che hanno a che fare con il Web e la società, ma che in realtà, a guardare bene, con la rete hanno molto poco a che fare.
Continuo a leggere libri sul tema, ma ognuno porta la sua visione e la sua definzione accostandola a scenari sempre diversi, anche se apparentemente molto simili.
Stessa cosa faccio io, ma parto da una serie di presupposti ormai comunemente definiti perchè scavano le loro radici nella definizione enciclopedica di fattori e processi ormai chiariti da decenni di dibattito sociologico, antropologico e filosofico.
Partiamo dal fatto che credo che l’etimologia delle parole sia fondamentale. Prendete la parola Medium. In latino significa “Mezzo”. Il mezzo in quanto strumento, in quanto oggetto capace di trasferire qualcosa da un punto ad un altro, cioè l’oggetto capace di generare il processo di mediazione simbolica.
Noi uomini riusciamo a veicolare i messaggi che muovono il nostro “stare al mondo” attraverso I canali diversi che abbiamo a disposizione.
E se non ci fossero questi bisogni umani, noi non potremmo stare nella società, non saremmo “sociali”.
Il filo che lega la società è proprio quel qualcosa che individualmente permette di creare connessioni con altri individui, fino a che queste connessioni non si moltiplicano a tal punto da creare una rete sociale in cui un individuo rappresenta un nodo e le sue necessità. I suo bisogni, il suo essere “umano” (cioè “animale sociale”) rappresenta quel fattore che lega tutti i nodi di questa enorme rete.
Noi stessi, appunto, ci facciamo mediatori di queste necessità umane e ci relazioniamo usando ciò che abbiamo a disposizione.
Per questo sono convinto che i Media siamo noi, perchè mediamo le nostre necessità con il mondo esterno quotidianamente, in ogni momento. Senza questo fattore di base fondamentale non potremmo essere “sociali”.
E come lo facciamo? Dall’inizio era il passaparola, poi sono arrivati i cosiddetti mezzi di comuncazione di massa: la scrittura (I graffiti rupestri delle grotte di Matera, giusto per dirne una, sono di fatto strumenti di comunicaizone di massa, solo che la massa la si è raggiunta nel tempo. Hanno cioè comunicato a molti i messaggi di pochi per lo stesso principio della teoria della “lunga coda”), poi la stampa, la radio, la TV e tutto quello che c’era nel mezzo.
Personamente non amo molto la parola Mass-Medium, proprio perchè è una parola utilizzata inpropriamente. Essendo l’unione di una parola inglese con una Latina (a causa della povertà di lessico della lingua inglese), di fatto si è creata una nuova parola, con valore semantico nuovo, ma in ogni caso diverso dal significato originale dal quale la parola composta deriva, cioè Medium inteso così come ho appena scritto.
La parola Mass-Medium viene utilizzata comunemente per definire quello strumento che permette di far arrivare a molti un messaggio. Stiamo parlando quindi di un Mezzo.
La stampa, la TV, la radio non sono però Mezzi in senso classico perchè non si fanno portatori di un idea/bisogno/messaggio a loro proprio, ma lo ri-mediano.
Cioè la forma di un idea e di un messaggio ad essa associata è comunque figlia della nostra opera di mediazione primaria, conseguenza, come dice Eco, del nostro bagaglio sociale, culturale, esperenziale.
Costruito il messagggio da comunicare alla massa, lo si struttura per far si che possa essere ospitato dal mezzo prescelto (radio, TV, stampa). Nessuno però strutturerà mai la stessa idea allo stesso modo, per cui la derivazione dell’idea/bisogno originario avrà una forma sempre diversa e ancora diversa sarà la capacità di adattare quell’idea/bisogno allo strumento che lo farà arrivare a molti.
A questo punto è evidente che i Media continuiamo ad essere noi con il nostro bagalio culturale ed esperenziale e non lo strumento TV o Radio, etc.
Detto questo, lascio da parte le disquisizioni sulle definizioni e ritorno ad utilizzare le parole così come sono comunemente accettate.
Perchè questa premessa? Perchè non credo che il termine New Media debba avere motivo di esistere.
Cioè non credo che si possa distinguere tra vecchi e nuovi Media.
Non è un caso che fino ad ora non abbia utilizzato per niente la parola Internet.
Internet inteso come strumento, per me è un qualcosa che non può stare in quello che comunemente viene definito come Nuovo Medium perchè non è un Medium, ma un ecosistema di Medium e non è nuovo, ma la rappresentazione moderna dei più antichi strumenti di comunicazione. E non parlo delle foto di Facebook o dei video di youtube, ma dell’idea sociale sulla quale ognuno di questi strumenti di successo del Web (cioè sopravvissuto alla selezione naturale dell’uomo avvenuta in questo decennio) è basato.
Dalla stampa alla Rete c’è stato un periodo in cui il Medium di Massa (in senso classico) ha convissuto con I Media sociali classici. La struttura e le caratteristiche del Mezzo di massa sono state però in grado di svolgere un ruolo dominante nella costruzione della significazione rispetto agli strumenti di cui l’uomo era dotato prima dell’”era delle masse”.
Il fatto di poter raggiungere istantaneamente la quasi totalità delle persone ha quasi ucciso il valore della relazione 1 a 1 o 1 a pochi (il passaparola), proprio per la necessità di questo strumenti di doversi sviluppare nel tempo e non nella quantità.
L’assuefazione da Strumenti di Massa però è iniziata a barcollare quando qualcosa ha permesso di amplificare quello che era il processo originario e umanamente intrinseco di costruzione della significazione: il passaparola appunto.
L’utilizzo del passaparola ha un valore molto più forte nel destinatario di quanto ne abbia il mezzo di massa, ma in questo caso trovo uno stretto legame con “la teoria delle masse” e Eco. Cioè, per farla breve e dirla brutalmente, se tutti vengono continuamente bombardati dallo stesso messaggio è dimostrato che chi non ha l’”enciclopedia” giusta per interpretarlo, finisce per prendere per vero ciò che quella fonte esprime. La teoria delle masse si inserisce nel momento in cui ci sono molti che la pensano allo stesso modo e che in un modo o nell’altro finiscono per modificare anche gli atteggiamenti di coloro che non si sarebbero comportati così. Succede questo perchè il Mezzo di massa è in grado di creare facilmente una coscienza collettiva (qualunque essa sia) che il passaparola non non crea così facilmente.
La differenza sostanziale sta nel fatto che il passaparola detiene una caratteristica fondamentale della comunicazione che il mezzo di comunicazione di massa non ha: l’elaborazione e la trasmissione di feedback, cioè quella cosa che ti obbliga a mediare (e torniamo ancora sull’uomo come Medium) l’informazione che hai ricevuto in funzione delle tue esperienze/necessità/conoscenze e rispedirla indietro, sapendo che “indietro”, verrà accolto.
Questo è il sistema originario di creazione dell’atto sociale. La ricezione, la mediazione e feedback sono quegli atti “arcaici” che si definiscono come “atti sociali”. Niente di nuovo. Niente che sia stato inventato con il cosiddetto Web 2.0. No, c’era già tutto.
Per questo, come credo, Internet è un ecosistema di Media, dove I media siamo noi che facciamo esattamente le cose che facevano gli abitanti di quelle grotte di Matera nel paleolitico, ma con strumenti che, se pur apparentemente diversi, si basano sulle stesse logiche.
Il Web sociale, quando sarà arrivato a tutti (in un modo o nell’altro, attraverso tutti gli strumenti che la tecnologia ci permetterà di creare), genererà una “coscienza collettiva” molto diversa da quella generata dai media di massa, credo più disordinata, più dialogica, meno controllabile, ma più vicina all’accezione di democrazia di Levy: L’atto primario della democrazia non è la votazione, ma la deliberazione, in altre parole l’esercizio dell’intelligenza collettiva nella formulazione delle leggi e nel prendere le principali decisioni politiche” .
A quel punto, Habermas sarà costretto a togliere “metaforica” dalla sua definizione di Sfera Pubblica, perchè, così come già accade, quello è un luogo reale all’interno del quale i liberi cittadini discutono e trattano di argomenti di interesse pubblico per tutelare i propri interessi privati e difendere le proprie legittime aspirazioni in una dimensione pubblicizzata attraverso la funzione di valutazione e controllo critico sull’operato del potere politico, sarà il modo più completo ed elaborato per discutere di se, dei propri interessi e di tutto quello che è “sfera pubblica”.
Per questo sono d’accordo nel trascendere dall’idea di strumento in quanto artefatto tecnologico e di andare all’essenza del processo sociale sul quale l’interazione da lui generata si basa, E’ ovvio che senza la conoscenza dello strumento non si possono trarre le valutazioni per trasformare il valore generato all’interno di esso in un valore esprimibile in termini generali e comunemente accettati, ma gli strumenti del Web, in questo caso, sono in continua evoluzione così come è in continua evoluzione l’uomo dal punto di vista antropologico. E non si fermeranno. Per cui l’unico modo a mio avviso per arrivare a comprendere il valore generato all’interno di uno strumento in grado di sviluppare la socialità su Web, è comprenderne l’aspetto più sociale che ne sta alla base, cioè quello più distante possibile dall’ essenza puramente tecnologica.
Questo a parer mio è l’unico modo per creare nuovi strumenti di successo in grado di accogliere il più amplio numero di consensi possibile.
Martedì 29 settembre prossimo a Milano Current proverà per la prima volta in Italia a creare un evento capace di vivere in TV, in un cinema e su Web, contemporaneamente e con forme di verse di partecipazione.
L’evento è stato creato per il lancio della nuova stagione del Vanguard, lo show di inchiesta di Current vincitore, tra le decine di altre cose, anche di un Emmy Awards nel 2007.
In diretta TV (sul canale 130 di SKY), ma anche su current.it, corriere.it e sky.it verrà trasmesso uno show in cui i nostri giornalisti Vanguard dai nostri studi di Los Angeles ci presenteranno la nuova stagione. In contemporanea, nel cinema Odeon di Milano, giornalisti, blogger, utenti e amici assisteranno allo show proiettato sullo schermo cinematografico facendone, allo stesso tempo, pienamente parte. Alcuni giornalisti (tra cui nomi importanti) faranno delle domande ai loro (e miei) colleghi americani. Tutti gli altri, presenti nel cinema o da casa, potranno invece interagire tramite Twitter semplicemente inviando un replay a @currentitalia o aggiungendo ai Tweet il tag #currentitalia.
Il risultato sarà che durante la diretta in TV, su Web e al cinema, i vostri Tweet appariranno in diretta sotto le immagini, aggiungendo un layer di comunicazione in grado di dare la percezione del sentiment rispetto a quello che si sta passando in TV/Web/Cinema.
Di fatto l’esperienza “collettiva” tipicamente cinematografica, viene riproposta in salsa Social grazie a Twitter, che grazie alla sua anima conversazionale permetterà di creare un dibattito sui temi che verranno affrontati.
Chiunque volesse è invitato al cinema e potrà assistere a tutto l’evento gratuitamente dalla sala insieme a noi.
In sala ci sarà anche il Wi-Fi per permettere ai presenti di Twittare o bloggare. Per venire al Cinema con noi basterà mandare una mail di conferma a vanguardlive@current.com . Lo show inizia alle 19 (bisogna essere al cinema per le 18).
Durante l’evento, ma anche nei giorni successivi, ci saranno una serie di sorprese per coloro che saranno in sala
Vanguard è la serie che vi farà vedere (presto anche su Web) le inchieste che gli altri non vi fanno vedere. Vi racconterà le storie che “gli altri” non possono/vogliono raccontare. Proprio per questo, ma anche per scherzare un po’, abbiamo creato un’ applicazioncina che permetterà di bendare chiunque vogliate. Il motivo della benda? Fa parte della sorpresa.
L’applicazione la trovate qui.
Per il momento da qui è tutto. Altri aggiornamenti ve li mando via Twitter, FriendFeed o Facebook sui canali ufficiali di Current.
La scienza ha fatto passi da gigante in questi ultimi tempi.
Decenni di studi di comunicazione, di teorie sociologiche sul Quarto Potere vengono semplicemente spazzate via grazie ai progressi scientifici.
Pensate all’assunto di base di Herman e Chomsky, cioè che siccome tutti i media dominanti sono grandi corporation che fanno a loro volta parte di conglomerati (conglomerates) più grandi, che si estendono oltre i settori tradizionali dei media, queste aziende hanno forti interessi che potrebbero venire influenzati sfavorevolmente se alcune informazioni venissero divulgate. Secondo questo ragionamento, c’è da aspettarsi che le notizie che vanno in conflitto con gli interessi di coloro che posseggono il mezzo di comunicazione, vengano distorte.
Osserva Herman, intervistato da David Ross:
Ne “La fabbrica del consenso”, originariamente pubblicato nel 1988 ma rivisto nel 2002, mettiamo in evidenza gli interessi di coloro che controllano 25 delle più grosse corporazioni mediatiche. In mezzo alla tabella c’è il New York Times, proprietà della famiglia Sulzberger. Al tempo, le loro azioni valevano mezzo miliardo di dollari. Adesso valgono probabilmente intorno a 1,2 miliardi di dollari. Stiamo parlando perciò di persone molto ricche facenti parte dell’establishment corporativo. L’idea secondo cui queste persone lascerebbero che i propri strumenti facciano qualcosa che potrebbe risultare contrario agli interessi della comunità corporativa è senza senso.
Ma i mezzi di comunicazione di massa sono continuamente utilizzati dai governi per veicolare le opinioni delle masse (il nostro paese ne è l’esempio più eclatate). Proprio Chomsky, della sua teoria, ne ha fatto un uso estensivo per tener conto delle attitudini dei media verso un ampio raggio di eventi, come la guerra del Golfo (1990), l’invasione di Panama (1989) e l’invasione dell’Iraq (2003).
Oggi tutto questo metodo di “fabbricazione del consenso” risulta obsoleto.
I laboratori M&K di Padova hanno messo sul mercato il LETENOX, un prodotto a quanto pare rivoluzionario.
Ecco come il centro di ricerca padovano ne descrive le caratteristiche:
Parallelamente ai progetti commisionati da centri di ricerca internazionale, il cammino della ricerca di M&K si applica da una decina d’anni ad un obiettivo ambizioso che dopo diverse fasi di studio e testing ha raggiunto il traguardo finale. Attraverso sperimentazioni di tipo molecolare prima e clinico poi, il laboratorio M&K può dirsi oggi creatore di un ritrovato farmaceutico destinato a cambiare le sorti dei disturbi psichiatrici e psicosomatici: M&K porta oggi alla luce Letenox un farmaco rivoluzionario che agisce sulla memoria umana e ne modifica la percezione degli eventi negativi, aiutando così il paziente a superare i suoi traumi.
Pensate alla devastante esperienza di un terremoto o di una guerra per coloro che queste esperienze le hanno vissute.
D’ora in poi basterà una pillola per poter semplicemente dimenticare situazioni come queste. Le ricerche in questo ambito sono in fase avanzata e se ne parla già da tempo. Eccovi un articolo de La Stampa e Technology Review.
Questo lo spot del prodotto:
Qui il foglietto illustrativo in pdf.
Il LETENOX è ancora in fase sperimentale e l’azienda sta cercando volontari. Ci si può candidare scrivendo a info@letenox.com
Con l’avvento della TV e della società dell’immagine siamo cambiati, si sa. Sono cambiate le nostre abitudini, i nostri gusti, i nostri consumi. E’ cambiata la nostra capacità di percezione del mondo. E’ cambiato il nostro senso critico, la nostra visione collettiva ed interpersonale. Siamo stati omologati. Siamo assoggettati al volere dei pubblicitari e degli editori.
E’ un processo che persevera, più crudo e silenzioso di qualunque guerra fredda. Le TV e la pubblicità che parlano di se stessi, poi, sono il mezzo più subdolo e meschino per continuare a trasmettere l’idea di una verità che non esiste.
Siamo sotto un regime di controllo mediatico senza esserne coscienti. Qui non ci sono armi, morti o clamorosi annessioni territoriali proclamate da messaggi unificati. C’è solo la volontà di continuare in questo perpetuo e tanto profondo, quanto inconsapevole, gioco del potere, che ogni giorno ci fa perdere il senso del reale.
In questo mondo viviamo con nonchalance, ignavi di quello che ci succede.
Assimiliamo inconsciamente molti più messaggi di quello che crediamo.
Ci muoviamo tra cartelloni, Spot TV e messaggi subliminali perpetuando nella routine quotidiana come se niente fosse.
Il nostro mondo è l’immagine. Quello che ci circonda è la forma, poi viene il contenuto, che però dev’essere sufficientemente forte da rimanere nei nostri ricordi nel più breve tempo possibile.
La parola scritta sta lasciando il posto alla significazione.
Non serve spiegare. Si costruisce l’artefatto cognitivo ad-hoc.
In questo mondo l’immagine deve essere veloce e discreta, ma sufficientemente potente da trasmettere un messaggio che veicola un’opinione.
In questo mondo nessuno si ferma più a osservare l’essenza stessa dell’immagine, a comprenderla, a decifrarla lucidamente.
In questo mondo non c’è più spazio (economico e cognitivo) per chi richiede attenzione al pubblico.
Per questo la fotografia, ed in particolare il fotogiornalismo, sta morendo.
Uno scatto richiede uno sforzo dell’osservatore molto più importante. Richiede un bagaglio culturale molto più oneroso.
Il valore imprescindibile della fotografia però sta proprio in questo.
Lo sforzo di decostruzione del messaggio è così complesso in questa società che va ragionato e assimilato.
La produzione televisiva, cinematografica o più in generale tutto ciò che è “immagine in movimento” è scandita dai ritmi e dalle esigenze che il Media impone al messaggio. Per questo i tempi, i modi, il linguaggio, le immagini e la loro costruzione, non sono liberi davvero. Sono figli di un limite strutturale. Sono figli dell’economia che grazie a quel limite impone la sua egemonia.
Uno spot televisivo è costruito per essere assimilato in 30 secondi. Stessa cosa vale per film, trasmissioni TV, documentari.
In TV e’ tutto scandito, delineato, chiaramente limitato.
Nella fotografia no, non è così. Una narrazione a mezzo immagine dura il tempo che chi la osserva decide di dedicargli.
Uno scatto nel senso più “antico” del termine, nel senso pre-TV e pre-Internet, ha per taluni, il profondo valore di un messaggio dal valore immenso.
Trovarsi di fronte ad una mostra fotografica o a un sito Web aperto con la coscienza di chi sa che ci troverà solo fotografie di qualità, apre ad un approccio del messaggio tanto consapevole, quanto schietto e sincero.
Il valore di un millesimo di secondo, in questo caso, può valere una vita. Quell’insignificante momento, quello sguardo, quell’essere naturale in un contesto quotidiano, per chi osserva distaccato ma consapevole, può significare un mondo.
Il lavoro di decostruzione di costui, però, è complesso. Richiede tempo e l’ “enciclopedia” giusta per essere assimilato. Ma se lo fa, è capace di scalfire le anime più difficili.
Uno sguardo catturato in una infinitesima frazione di secondo è in grado di trasmettere a questo tipo di osservatore qualcosa di gran lunga superiore ad un Film o a qualunque riproposizione complessa e strutturata della realtà. Ma lo fa allo stesso tempo con facilità, perspicacia e impatto maggiore.
Un immagine, quando ti colpisce, ti entra dentro ed inizia a far parte di te. Non va più via.
Nel mondo che viviamo, l’immagine in movimento è ovunque, ma proprio perché è in movimento, è di passaggio e quindi ha bisogno si essere riproposta per poter arrivare.
La fotografia no. E’ lì, non sparisce, non va via, può essere osservata quanto tempo si vuole. Non ce ne sarà mai un’altra uguale.
Per questo è maggiormente immersiva e trascendente.
La fotografia è l’essenza dell’attimo, ma è capace di trasformare l’attimo in eternità.
In virtù di tutto questo, sento di dover distinguere ancora la fotografia in due categorie: il colore e il bianco e nero.
Sono profondamente convinto che il colore non sia altro che il dare maggior enfasi all’immagine, aumentare l’impatto della stessa affinché possa arrivare prima, più forte, come in TV.
La fotografia in bianco e nero toglie anche questi ulteriori fronzoli. Arriva al profondo del messaggio, rappresentandolo in una forma binaria, affascinante, pura, nuda, essenziale, asciutta, scarna, fragile, aperta e forte allo stesso tempo.
Dichiarare in questo modo che la propria essenza è quella più atavica e realistica possibile, significa liberarsi dei propri fini, significa donare il fulcro stesso del proprio essere, esporre la propria essenza nativa, correre rischi, ma allo stesso tempo permettere la miglior approssimazione del vero.
Il colore in questo senso è un rafforzativo, una cornice, una sottolineatura spesso superflua se chi guarda lo fa con consapevolezza.
L’immersione nel messaggio prevale rispetto all’immersione nella superficie del messaggio.
Quando però lo si fa diventare parte di se, quel messaggio arcaico diventa parte pura e vitale del mondo interno di chi lo ha accolto.
Questa è la fotografia: un’arte che sta scomparendo a causa della mancanza di spazio in un tempo sempre più veloce, un tempo che pur essendo costante ospita sempre più poteri economici, arricchendosi.
Nella fotografia il valore del tempo è solo la diretta conseguenza del valore che noi diamo a lei stessa, perciò non è valorizzabile. E’ poco appetibile. Anche perché della fotografia siamo più consapevoli, più coscienti.
E’ per questo che amo la fotografia.
E’ per questo che credo che in fondo la memoria non archivi lunghi momenti, ma brevi attimi e istantanee.
E’ per questo che una vita non basta per capire come comunicare attraverso un obiettivo.
E’ per questo che credo che le più belle immagini di ognuno di noi, rimangono stampate nella mente e nel cuore per sempre.
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