30 June 2009 | Commenta
– Michele! Michele! Vieni, c’è la torta!-
Nadia chiamava agitata il suo fratellino maggiore, troppo occupato ad intrattenere gli ospiti per vedere l’enorme massa succulenta di panna, crema e pan di spagna che era arrivata in tavola. Michele accorse e tutta la famiglia si radunò lì vicino.
-Dai Michè, esprimi un desiderio! – disse zio Luca.-
Michele imbarazzato provò a pensare a qualcosa. Non ci riusciva, era timido e arrossiva al pensiero di doversi comportare ancora come un adolescente, ormai aveva 19 anni.
– Su spegni le candeline ed esprimi un desiderio, altrimenti la cera cade sulla panna!-
La voce di sua madre si fece imponente, così si decise e chiuse gli occhi, riempiendo d’ aria i polmoni…
Una sposa percorreva il viale accanto la chiesa. L’ombra della torre pendente la precedeva mentre il battistero segnava la fine del suo percorso. I clic delle macchine fotografiche erano la voce dominante, mentre il brusio della gente echeggiava in sottofondo. Il tintinnio delle tazzine da caffè indicava la strada da percorrere, soffocandosi lì dove un violino, una chitarra o una fisarmonica riempivano l’aria con le loro note. L’Arno, poco più in là, scorreva pacato, tranquillo lungo il suo percorso sempre uguale, mentre Garibaldi, dall’alto del suo piedistallo, guardava lungo il ponte. Più avanti, sotto la torre dell’orologio, un cantastorie recitava una poesia di Elizabeth Barrett Browning. Lei era lì, affianco a Michele, e lui la guardava stupito, sconcertato dalla bellezza dei suoi occhi color gianduia. Quella presenza al suo fianco lo rassicurava, lo metteva a suo agio. La guardava e tutto era secondario. Poco più tardi, un treno arrivato in ritardo ripartì…
– Michele! Che ti sei addormentato? Dai che devo tagliarla!-
Michele aprì gli occhi e sconcertato vide la faccia soddisfatta di zio Luca: -Vedrai che si avvererà..Buon compleanno!-
28 June 2009 | Commenta
Michele aprì gli occhi che non era ancora l’alba. Sarebbe voluto rimanere nel letto, in fondo aveva dormito solo quattro ore. La sera prima aveva cenato con gli amici più intimi, salutandoli con un triste abbraccio dopo aver finito una succulenta torta gelato. Sarebbe partito alla volta di Torino per proseguire gli studi universitari.
Ancora assonnato si mise in macchina con suo padre per affrontare i 60 Km che che li dividevano dalla stazione ferroviaria più vicina. Poco dopo si riprese dal torpore notturno, scambiò quattro chiacchiere prima di far partire il cd ed avviare la macchina. Le luci per strada erano accese ed il canto dei grilli cullava ancora la città immersa nel sonno. Appena fuori la città, deserta a quell’ora, si rese conto di quello che stava accadendo.
Non aveva mai avuto problemi a partire da quella città, ma quella volta fu diverso. Sentiva che non era la solita nostalgia, questa volta si trattava di un lieve e continuo pizzicorio esattamente al centro del petto che aumentava d’intensità quando la sua mente si soffermava troppo su alcuni pensieri. Erano anni ormai che non sentiva più quella sensazione, quasi fosse diventato immune ad ogni emozione di quel tipo. I campi di grano si estendevano fino all’orizzonte seguiti da stradine sterrate che limitavano i confini di proprietà, qualche albero di ulivo e una casa in tufo ogni tanto. Il sole era ancora una forma geometrica non definita, i colori scuri, violacei, troppo lievi per illuminare quei paesaggi.
Un falco grillaio dall’orlo di un antica torre saracena abbandonata, guardava quella macchia grigia in movimento, mentre dentro suonavano gli U2. Ogni metro fatto portava nella mente di Michele immagini vissute in quel mese, ma una cosa non riusciva a far sparire dalla sua testa: quegli occhi pieni di luce, espressione, tenerezza ed intimità. Riusciva chiaramente a rileggere quelle espressioni tanto palesi di imbarazzo, tristezza e malinconia. Continuava a vederli dappertutto e la sua tristezza cresceva ad ogni cambio di marcia. Sapeva che stava andando esattamente nella direzione opposta ai suoi desideri.
Il sole continuava lentamente a salire, col suo fare calmo, in maniera sempre uguale da milenni. Il paesaggio lentamente mutava e da distese infinite di campi di grano si passava a quelle di ulivi. La stessa terra ora era più chiara, piena di sconnessioni e massi, ma dalla statale si notava a malapena.
Le querce che accompagnavano la strada filtravano i fiochi raggi solari creando una strana penombra colorata di tonalità pastello, riflessi mai fermi, immersa in quell’aria purificatrice tipica dell’aperta campagna durante le tiepide mattine d’estate. Il sole iniziava a prendere forma e colorito ed era passato dal viola all’ambra, sfumandosi di un temperato arancione. Mancavano una ventina di chilometri alla stazione e ormai quel fastidio al petto era cresciuto abbastanza da solleticare la gola, diventando così riconoscibile, finalmente chiaro. Michele era convinto che quando avrebbe incontato la ragazza giusta se ne sarebbe accorto immediatamente, un brivido gli avrebbe persorso la schiena e sarebbe diventato dislessico, imbarazzato. Fu proprio quello che accadde qualche settimana prima e ora si stava lasciando tutto alle spalle. L’automobile proseguiva con un passo moderato, calmo, conscia dell’anticipo accumulato, ma a poco sarebbe servito rallentare quella corsa.
Michele si stava lasciando dietro quegli occhi pieni di gioia, dolcezza, affetto e a tratti tristezza. Per quanto facesse finta di evitarli, non poteva fare a meno di interpretarli e spesso ci vide tutto quello che non avrebbe mai voluto vedere, triste imbarazzo per qualcosa difficile da pronunciare, ma chiaramente leggibile attraverso quello specchio tanto meraviglioso. Quegli occhi richiamavano un amore a lui estraneo. Ormai Michele poteva riconoscere quell’espressione su chiunque. Per quanto diverse, le persone hanno tratti comuni, distinguibili immediatamente tanto che la mimica facciale dopo un po’ diventa assordante.
In quelle ultime sere passate con lei, a tratti, quell’espresione si sarebbe fatta vedere. In passato sarebbe stato diverso, ma ormai era cresciuto ed era ben conscio che di fronte a quelle espressioni non avrebbe potuto far nulla, se non dimostrare quanto sincero fosse il suo sentimento. Sperava che un giorno o l’altro il fato gli desse ragione.
La macchina si fermò.
Dopo un po’ si ritrovò solo nello scompartimento vuoto di quell’ Intercity che avrebbe collegato Bari a Torino. Nel mezzo, un viaggio che lo avrebbe portato nella città che con la sua lontananza dai ricordi, sarebbe riuscita a far sparire forse quegli scheletri, forse quell’amore. Il sole era alto e brillante ormai, sulla destra si intravedeva il mare e lo scompartimento era sempre più vuoto.
16 June 2009 | Commenta
Pochi sanno che Henri Cartier-Bresson, il famoso fotografo francese ha fatto ben due viaggi in Lucania: il primo nel 1951-52, il secondo vent’ anni dopo.
Molti miei concittadini hanno sicuramente ben presente alcuni dei suoi scatti, segno indelebile di un passato non così remoto che accompagna il nostro essere orgogliosamente lucani. Cartier-Bresson ha vissuto, osservato e impresso per sempre, quello che molti ricordano essere il periodo più tumultuoso della recente storia lucana, quello delle agitazioni contadine per l’assegnazione dei latifondi, lo stesso che anticiperà la rivoluzione del modernismo consumista che inevitabilmente invaderà, anche se più tardi, queste terre lontane dal mondo. E’ proprio qui che Cartier-Bresson coglie il grande contrasto sociale, culturale e generazionale che ha investito questa terra da metà del ’900 in poi.
Terra di contrasti affascinanti, di orgoglio contadino e paradossi spesso esaltati dalle vicende storiche:
Era un giorno dell’ estate 1952 e il sole alto sullo zenith di Scanzano, un centro agricolo del Materano, faceva la piana ampia e tersa; una grande folla ondeggiava fra bandiere e cartelli davanti a un palco. Lì, attorniato da burocrati e carabinieri, Amintore Fanfani assegnava le terre dei latifondi divisi. La Leika di Cartier Bresson ha fissato, di quella cerimonia, un’ immagine curiosa: un nuovo assegnatario saluta il ministro democristiano, dispensatore di poderi, con la destra alzata, romanamente. Come dire, parafrasando il titolo del libro di Carlo Levi, anche la storia s’ era fermata a Eboli.
Ma cosa trovò di particolare in Lucania Cartier Bresson?
Lo racconta Mario Quesada in un articolo su Repubblica del 15 settembre 1990:
Una città come Matera, corrosa dal vento e dal sole, fatta di piccole case di antri e d’ improvvisi campanili barocchi. La città dei Sassi, dove Giovanni Pascoli aveva abitato felice ma pensoso, ricordandola poi con un velo di poesia e di malinconia, non era cambiata nei primi cinquant’ anni di questo secolo e nelle fotografie ora pubblicate appare simile ad un castello di sabbia gocciolata dalle dita di un bambino sulla riva del mare. Tuttavia, negli scugnizzi, nei vecchi vestiti di nero, nei panni stesi alle canne tra i vicoli malsani s’ avverte qualcosa d’ irrisolvibile, di definitivamente depauperato. La tragedia rende immobili i volti che guardano l’ obiettivo come antefisse etrusche, contrapponendo al destino soltanto rassegnazione. Spesso l’ ha detto lo stesso autore il caso portava la macchina fotografica su scene involontariamente comiche come quella del saluto fascista o l’ altra in cui un vecchio accigliato e impietrito sta vicino a un’ edicola con bene in vista Grand Hotel, Bolero Film, Novella, Eva, cioè la più discutibile stampa d’ evasione. Nel 1972-73, al secondo viaggio, quando per la scoperta del metano nella valle del Basento la regione sperava nel decollo, Cartier Bresson fotografa la convivenza dei vecchi comportamenti con le nuove mode e con il consumismo che, s’ intuisce dal reportage, porterà con sé effetti devastanti. Le immagini più belle ed agghiaccianti di questo gruppo sono quelle con grandi e piccoli uomini politici intenti a distribuire favori con sulle facce la smorfia del potere.
Un segno indelebile di quel passato in grado di modellare in maniera così netta e distinta le sorti un popolo. Una segno in grado di descrivere come pochi altri sono riusciti a fare, il passato umile e fiero della mia terra, ma anche lo speciale sentimento della condizione umana, rimasta attardata nel trascorrere del tempo. Un viaggio per Matera guidato dalla suggestione prodotta dall’amicizia con Carlo Levi e con il poeta Rocco Scotellaro, immerso nella severa capitale culturale e morale della Lucania e nei paesi attorno che hanno nomi di antichi eremitaggi: Aliano, Craco, Pisticci, Stigliano, Rionero. Tutto vissuto e raccontato attraverso l’obiettivo indulgente e sincero di un maestro di questa imperitura arte dell’immagine.
Sul sito della Magnum Photos è possibile vedere alcuni degli scatti del fotografo francese e non solo.
Questa invece è la raccolta fotografica che ripercorre il viaggio di Henri Cartier-Bresson.
15 June 2009 | 2 Commenti
Di sicuro non sono un fotografo. Di sicuro non so cosa significa essere un vero fotografo. Non conosco bene le tecniche, gli strumenti, la storia di quest’arte.
Eppure mi piace da morire, mi affascina, mi emoziona e sono convinto che Neil Leifer avesse ragione a dire che la fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha.
Lasciando da parte per un minuto la tecnica, gli strumenti e l’esperienza, credo che esprimere il mondo attraverso qualcosa (la pittura, il disegno, la scrittura, la fotografia, il video, ecc..), vincola a descriverlo secondo la propria soggettività. Se quindi quel mondo viene rappresentato così come lo si è visto, allora, quella rappresentazione merita di esistere. A prescindere da cosa si utilizza per rappresentarlo.
In un post precedente, nei commenti rispondevo a proposito di questo:
In alcuni casi ho il timore che le nuove tecnologie della fotografia, stiano potenzialmente distruggendo la poetica espressa dalle cose e dalle persone che ci circondano. L’accesso a prodotti di qualità da parte delle “masse”, sta portando ad una sorta di livellamento dell’immagine permettendo a chiunque di avere ottimi risultati.
La professionalità certo è un’altra cosa e si percepisce chiaramente, ma ho come la sensazione che si stia perdendo quel luogo di incontro di energie ineffabili che esplodono nell’espressione, cioè in qualche cosa di asimmetrico, di individuale, di impuro e di composito. Il contrario del tipico o dell’usuale. Insomma, ciò che rende unica ogni cosa.
Quel luogo è la nostra anima, il fulcro della nostra espressività.
In questo senso la creazione intesa come la costruzione semiotica di un messaggio che deriva da quel “luogo”, non ha bisogno di ricercare la perfezione. Se mai ha bisogno di fare un passo indietro alla ricerca della imperfezione, dell’impurità, del primitivo. Dell’unicità, appunto.
Per fare questo lo strumento è solo il mero mezzo con il quale un artista di qualunque tipo riesce a materializzare l’immagine che ha in mente o che sente nell’anima.
Lo strumento, a questo punto, diventa solo un “problema” che si interpone tra lui e la realizzazione della sua idea.
E’ per questo che continuo a sostenere che in questo caso lo strumento non conta, che il risultato è il frutto di un operazione ben più grande.
Un operazione appunto che nasce e si sviluppa nella testa e nell’anima di chi crea l’opera.
Con molta umiltà ho provato a mettere insieme quello che vedo attorno a me, nel modo che io ritengo essere il migliore per esprimere quello che vedo.
Il riultato è il mio portfolio personale, frutto del contenuto sul mio account di Flickr.
Di seguito un anteprima di quello che ci troverete:







Il mio portfolio: http://portfolio.estrablog.net
Il mio profilo su Flickr: http://www.flickr.com/photos/rugla/
11 June 2009 | Commenta
Derrick de Kerckhove is Director of the McLuhan Program of Culture and Technology in the University of Toronto
He is one of the best experts in Theory of Communication and studies how the technologies have effects on mental and cultural structures. Kerckhove enjoyed his visit to Citilab, where he wrote some notes for his projects with the favelas of Rio de Janeiro
Abstract:
What would happen if the Connected Intelligence methodology was applied not to small groups, but to extensive networks of citizen innovation?
Well, I think that would be an extremely good thing, and I think it will happen, there is, one of my colleagues at the University of Toronto is a very famous commentor on this sort of thing, his name is Richard Florida, did you ever hear about him? Florida has written a book called the Creative City and it is how, he has measured and compared 100 cities in the United States in their output in innovation and he says there are four big criteria for the innovation: one, for a city to have lots of innovation one is obviously the right equipment, good infrastructure, good communication, this is essential. Then he judges a number of innovations that have happened in that city over the last 10 years by counting the patent’s that have been delivered or requested and then he counts the number of social, of people who work with information, whoever works with information, so this is all very clear.
It’s like, you know, technology, innovation culture, information people, but he has a fourth criterium is how many artists are in that city? And artists and alternative lifestyle, these are the things that he finds are the ingredients that make actually the most intelligent cities. And not surprisingly San Francisco is one of the top cities in the United States, New York is number 10 only, which is strange you know, I think it has to do with infrastructure and things, but yes, I think that connected intelligence is something that is happening whether we want it or not already with social networks, user generated content — Wikipedia is one of the most amazing examples of connected intelligence applied anywhere.
McLuhan, who was my teacher and thinking master, had the most amazing prediction in 1962, in understanding media he says, “The next medium, whatever it is, will not be television, but it will use television as its content,” so, in 1962 he predicts YouTube, and then right in the same situation he says, “It will mean the obsolescence of all the classification of libraries because everything will be in a single environment” that’s the era of the tag, he predicted that. But the most incredible prediction, and it is he predicted Wikipedia in 1962 by saying, “…and this medium will take advantage of the encyclopaedic knowledge in each one of us.” This is amazing! To have been able to see it, and he said, “…and what it will also do, it will be allowing people and business to create tailored data that will be sold to people”. So he predicted the economy and the technology of that economy, which was connected intelligence.
In what way is the new digital culture transforming basic social and cultural concepts such as collective identity, privacy, individuality and so on?
I disagreed with Marshal McLuhan on this issue because he felt that electricity, because for him everything is not electronics, this electricity is the key, is the ground, the real ground, from the invention of the telegraph to the invention of the most sophisticated forms of Internet, it is always the basic thing, behind is the electrical current. And so he felt that the destiny of electricity was to eliminate identity, private identity, that would turn us all into public people. He is half right about this, Facebook is the externalisation, the publication of the inner self. Some of the inner self, not the whole thing, but most of it, a lot of it anyway. You publish, you know, your group of friends, you publish your thinking, you publish your tastes, you publish — you make what was a private thing, which you were writing in a diary, you know, like, today I did this, a diary that you keep to yourself, that you wouldn’t give to your parents, you wouldn’t give to anybody, it was very secret — now you do the inverse one, you put it online, you make everybody accessible — twitter, twitter knows where you are! I mean basically we are publicising ourselves and publicising our identity and shifting from “this is me, secret, guarded”, to “this is me, have it, help yourself”, and this is a very interesting reversal of the old identity structure.
Privacy is less and less important, it is important, continues to be, especially in militarily or a situation like the Homeland Security in the United States privacy has been a very big issue, but not as big as you would want it to be. It appears that people don’t really care. It’s not like the 19th-century attitude, where people were very strongly individualised. Today people are not quite as obsessed or worried about identity but if we had a war situation, and if we had a very strong, if we had a big danger, a bit like the Americans did with the whole terrorism business, then suddenly everything you thought was not, was completely innocent, suddenly, you suddenly think, oh wait a minute, maybe that is now becoming very sensitive data. It all depends on the context.
But I still don’t fully agree with McLuhan that identity will be wiped out, that the sense of self will disappear, I don’t think so. I think we have learned, we have identified two very strong conditions of humans, which is to be with people, group, social, oriented with a community, and then to be ourselves. And I don’t think we are going to abandon being private, being private citizens because we are also so much involved with groups. I think we will keep both of them.
Questa è la parte che ho apprezzato di più: “McLuhan, who was my teacher and thinking master, had the most amazing prediction in 1962, in understanding media he says, “The next medium, whatever it is, will not be television, but it will use television as its content”
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