Credo che narrazione, design, tecnologia e media differenti possano coesistere.
Il mio lavoro è far si che questo accada.
Questo è il posto dove condivido note, idee, lavori in corso. Tutti i giorni.
...o quasi.

Le Affissioni di Current

26 February 2009 | 1 Commento

Ecco dove le troverete a Milano da oggi e a Roma dal 2 Marzo.

Milano:


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e Roma:


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Ed ecco le prime immagini dei milanesi che si fermano. A Milano si fermano. Loro capiscono. Mica sono come i romani…

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Esce oggi “The Caryatids”

24 February 2009 | Commenta
Oggi esce “The Caryatids”, il nuovo libro di Bruce Sterling. Il tema è quello del Global Warming:
In The Caryatids, global warming has melted practically every government in the world (except China) — leaving behind a slurry of refugees, rising seas, and inconceivable misery. But there are two stable monoliths sticking out of the chaos, a pair of “civil society groups” that embody the two major schools of smart green thought today: the Dispensation are Al Gore green capitalists based out of California who understand that glamor and profits, properly aimed, achieve more than any amount of stern determination and chaste conservation; their rivals are the Aquis, mostly European anarcho-techno-geeks who have abandoned money in favor of technologically mediated communal life where giant, powerful, barely controlled machines are deployed to save the refugees and heal the Earth.
Ma la parte più importante pare essere:

More importantly, the future of The Caryatids is one in which human beings confront the terrible reality that technology favors attackers — favors those who would disrupt the status quo because it gives them force-multiplier power, and undermines defenders because the complexity of a technological society always creates potential fault-lines that attackers can exploit. And in that society, Sterling’s civil society types — who care about saving the planet, even though they disagree about the best way to do this — do their damnedest to build stable technological societies. Because in Earth’s future — and in Sterling’s — there’s no going back to the land for us. Not because the land is too poisoned, but because billions of charcoal-burning hunter-gatherers are far more hazardous to the planet than a neatly ordered world of cities in which technology is used to minimize our footprints by giving us smarter handprints.

Most importantly, the future of The Caryatids is one in which there is hope. Not naive, wishful thinking hope. Hard-nosed, utterly plausible hope, for a future in which the human race outthinks its worse impulses and survives despite all the odds.

Credo di poter affermare con certezza che valga pena leggerlo.

Bruce Sterling è celebre per Mirrorshades, un’antologia di racconti di fantascienza del 1986 che ha contribuito a definire il filone cyberpunk, Sterling ha pubblicato diversi romanzi di fantascienza, testi di tipo giornalistico e alcuni saggi. Collabora al mensile Wired e al quotidiano torinese La Stampa dove cura insieme alla moglie Jasmina Tešanović la rubrica “Globalisti a Torino”.

Nel 2003 è stato nominato professore alla European Graduate School, dove insegna nei corsi intensivi di Media e Design. Dal 2007 vive a Torino, come si nota dalla rubrica “Globalisti a Torino”.

Gli estratti in inglese sono di Boing Boing.

Il libro è disponibile su Amazon (in inglese).


Ecco le campagne

22 February 2009 | 4 Commenti

bibbia

fucile

Ditemi voi se si può censurare con parole tanto imbarazzanti queste immagini.

Consiglierei di leggere il bel post di Enrico.


Roma Censura Current

20 February 2009 | 4 Commenti

ECCO IL COMUNICATO STAMPA DELL’ATAC:

Riporto il testo qui sotto:

OGGETTO: richiesta autorizzazione all’esposizione pubblicitaria dei due soggetti “Bibbia” e “Fucile” della campagna pubblicitaria SKY.

Con riferimento alla richiesta relativa alla campagna in oggetto, pianificata a Roma dal 20 febbraio, ATAC, dopo aver attentamente valutato i probabili impatti sulla sensibilità dei cittadini e della città tutta, ritiene di non poterne dare autorizzazione dell’esposizione sui propri mezzi.

Tale decisione trova fondamento nel difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale ATAC non può che coadiuvare l’Amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio.

E’ pertanto, la specifica situazione a costituire la chiave di lettura per l’applicazione dai riferimenti contenuti negli articoli 8 e 46 del vigente Codice di autodisciplina pubblicitaria.

Distinti saluti.

Ed ecco l’ANSA delle h. 16:31:38

TV: ROMA BOCCIA CAMPAGNA CURRENT, STOP DALL’ATAC (ANSA) – ROMA, 20 FEB – Roma boccia Current Tv. A quanto si apprende, l’Atac, l’azienda di trasporto pubblico capitolina, ha bloccato la campagna di lancio della nuova stagione tv del network – fondato da Al Gore e in onda dallo scorso anno in Italia sul canale 130 di Sky – che prevedeva l’affissione di manifesti nelle stazioni della metropolitana a partire da oggi. La campagna e’ attesa invece on air dal 26 febbraio a Milano, dopo l’approvazione da parte del Comune. Top secret i contenuti delle affissioni: a quanto si apprende, sui manifesti sarebbero visibili una Bibbia e un fucile. L’azienda di trasporto pubblico romana avrebbe motivato la sua scelta di non autorizzare la campagna in base al ”difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale Atac non puo’ che coadiuvare l’amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio”. (ANSA). MAJ 20-FEB-09 16:24 NNN


Bruce Sterling: Funeral for Analog TV (video)

19 February 2009 | Commenta


Bruce Sterling’s Eulogy for Analog TV from The Long Now Foundation on Vimeo.

It’s rare that the entire nation gets a specific date on which one major medium dies and is replaced by another. This event was a scholarly and artistic reflection on the passing of one of the dominant mediums and cultural influences of the late 20th century.

Leggi l’articolo originale.


L’ecologia delle notizie

19 February 2009 | Commenta

Il giornalismo tradizionale sta vacillando ovunque. I quotidiani, i newsmagazine e i network tv che trasmettono notizie erano in crisi prima della recessione globale e lo sarebbero stati comunque. Se si aggiunge la crisi finanziaria, si comincia a intravedere una rivoluzione epocale: di quelle che trasformano in maniera irreversibile gli ecosistemi.

Di quelle che uccidono i dinosauri.

Nello stesso tempo, il nuovo mondo digitale intorno a noi sta fiorendo in una complessità straordinaria. Il Ventesimo è stato il secolo dei titani: due dozzine di aziende gigantesche, due centri di potere principali e nuovi strumenti che si contavano sulle dita di due mani. Il Ventunesimo secolo è già diverso: massicciamente multipolare, online, e realmente in grado di cambiare il mondo.

E la posta in gioco è molto, molto alta.

Per dare un senso a questa trasformazione mondiale avremo bisogno di un giornalismo migliore di quello a cui siamo abituati. Da parte nostra, come cittadini e utenti dei media, stiamo diventando più bravi a servirci delle notizie. Siamo ormai allenati a quella corsa a ostacoli che, ormai da dieci anni, è l’informazione. Cerchiamo. Filtriamo. Condividiamo. Queste capacità non sono distribuite in modo uniforme ed equo, ma si stanno diffondendo rapidamente e danno ragione alla speranza: la sfera pubblica è più viva che mai. Quindi mai come oggi abbiamo bisogno di buon giornalismo, e la novità è che può trovare un pubblico più ampio di quanto non abbia avuto finora.

Ma in questo momento di grandi opportunità ci troviamo di fronte a una crisi: le news stanno morendo.

Si sentiranno i guru dire che la causa sono i pc, i cellulari, internet e i browser. La tecnologia sarà l’unica colpevole. Ha ucciso le news, ma alla fine le salverà.

Ma focalizzarsi solo sulla tecnologia è un errore. La vera sfida, quella più seria, ha a che vedere con l’intero sistema.

Anche quando le notizie si spostano online, sembra esserci qualcosa di sbagliato nel modo in cui sono confezionate e diffuse. Sono troppo lente, ingessate. Il tono è raramente in sintonia con quello del web. Sembrano pensate per fornire i prodotti sbagliati. Una rivoluzione che produca buone news va ben oltre i siti web, la multimedialità, i blog, i contenuti generati dagli utenti o qualsiasi altra tecnica su cui passiamo tanto tempo prezioso a discutere. Richiede nuovi sistemi e nuove organizzazioni.

Vorrei suggerire un’analogia con l’unico sistema nuovo degli ultimi anni che ha avuto un successo enorme. Non è stato costruito per le news, anche se è stato oggetto di infinite news: mi riferisco alla campagna elettorale di Barak Obama.

L’uso che Obama ha fatto della tecnologia è stato molto decantato, e a ragione. Ma la tecnologia da sola non lo avrebbe fatto vincere. Lui l’ha saputa combinare con nuove opportunità di partecipazione e nuove strategie per organizzare i sostenitori e la gente sul territorio. Ha rischiato forte nella “devolution” dell’informazione, concedendo il potere di prendere decisioni ai volontari, alla base del partito. E nel frattempo ha raccolto più denaro di qualsiasi altra campagna elettorale della storia.

La tecnologia è stata usata anche per comunicare tutta la complessità che richiede una democrazia sana. Il discorso chiave di Obama, quello sulla razza, ha prodotto solo brevi titoli e clip tv, ma 10 milioni di persone lo hanno scaricato dal web per intero. Un momento di crisi si è trasformato in un punto di non ritorno che è stato anche l’inizio del successo.

Grazie all’abilità di Obama nel costruire un sistema, gli Stati Uniti si sono guadagnati il governo di cui hanno bisogno in uno dei momenti più diffcili della loro storia. E ora abbiamo bisogno di un giornalismo che ne sia all’altezza.

Questa è una delle ragioni per cui Joel Hyatt ed io abbiamo creato Current, un network di notizie a carattere partecipativo disponibile in tutto il mondo sul web e in tv, compreso Sky Italia. Vogliamo contribuire a un sistema alternativo che sappia anche generare profitto. Come la campagna di Obama, Current mescola la tecnologia, la partecipazione massiccia e la gente sul territorio, tutto per un obiettivo a cui vale la pena credere. E che possa essere commercialmente vantaggioso.

Voglio sottolineare un’importante differenza: ci sono altre organizzazioni che cercano di imbrigliare il potere della partecipazione in nome della notizia. Ma pochi lo combinano, come facciamo noi, con cittadini giornalisti e reporter sul posto, in ogni luogo del mondo. Noi sollecitiamo i contributi sul nostro sito, ma mandiamo anche i nostri giovani e coraggiosi giornalisti Vanguard in alcuni dei posti più pericolosi del mondo. La tecnologia da sola non vi porterà mai nel cuore di Mogadiscio o nello stretto di Malacca.

Nel momento in cui molte organizzazioni di news si ritirano e pensano a Internet come a un modo per tagliare i costi e sostituire le inchieste internazionali e investigative, Current investe in entrambe.

Pensiamo ancora alla campagna di Obama, la prima davvero figlia del nuovo secolo, e a come ha mobilitato migliaia di persone. Le ha spinte a fare chilometri, a bussare alle porte, a coinvolgere i vicini. La lezione è che la tecnologia è solo una parte del sistema. E quando si innova il sistema, si cambia il mondo. Current sta facendo questo. Ma abbiamo bisogno che altri facciano gli stessi passi, perché gli obiettivi sono troppo grandi per noi soli. Se tutti insieme accettiamo la sfida, possiamo creare una nuova “ecologia delle notizie”, che vada incontro alle opportunità e alle necessità del nostro tempo. L’America, l’Italia e il mondo ne hanno un disperato bisogno.

Chi è pronto a costruire un nuovo sistema con noi?

di Al Gore.

fonte: Wired


Come si calcola la videostreaming audience

18 February 2009 | Commenta

Vorrei proporvi la lettura di un interessante articolo a proposito di metriche e misurazioni. Ottenere una migliore percezione di un mondo abbastanza complesso, credo possa fare solo del bene.

[...] Negli USA Nielsen monitora un campione di 14,000 case, circa lo 0,01% della popolazione. Con la frammentazione atomica degli ascolti su miriadi di canali spesso multiplexati, basta che a una decina di panelist pruda il telecomando e i dati delle reti da diecimila spettatori vanno in gita sulle montagne russe (le emittenti del “club dei diecimila, quando dice bene, e in prime time si intende!” abbondano su Sky, da History Channel in giù; ci sono canali RAI Sat, tipo Smashgirls, che non superano mai neanche i 5000 spettatori…). Tra parentesi, a proposito di Stivale, il nostro Auditel vanta con orgoglio un campione di 5.160 famiglie equivalenti a 14.000 spettatori, “tra i più numerosi al mondo”, ma non mi pare ci si discosti poi tanto dalle contestate soglie USA: 14.000 rilevati = 0,025% degli italiani. Full Show

Ora, a prescindere dai confini territoriali dei mercati televisivi e dalle singole metodologie attuate, credo sia evidente anche a un bambino l’ovvietà matematica: non si possono applicare sistemi di misurazione concepiti per una torta analogica spartita fra 6-7 canali, sistemi adesso adattati alla transizione a 60-70 canali (DTT e DHT), nell’era della NewTV IP-based con 6 milioni (60? 600 milioni?) di feed video più o meno “palinsestizzati”.

E non è solo questione di quantità, ma di qualità. La visione dello streaming online è attività multiforme, talora interattiva. Quasi sempre il totale views per le clip on-demand non deriva da un’unica fonte (clip XYZ hostata sul sito ZYX, lì solo e soltanto), ma è la sommatoria dei parziali degli accessi a video spalmati su “n” piattaforme, a volte spezzettati dagli utenti stessi ed embeddati ovunque, in ogni caso consumati senza soluzione di sosta, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, nel tempo (lunga coda). Quanto sopra a volte vale anche per il live streaming, sebbene sia in teoria un minimo più semplice da quantificare. Inoltre, on-demand o live che sia, lo streaming non si può più separare dalla componente sociale, ovvero dalla reazione che suscita il contenuto – o il frammento di contenuto (pensate alla gag virale di 90 secondi tagliata dallo show comico di 90 minuti) – nell’ecosistema del Web 2.0. Non lo si può separare, perché quella reazione conta ai fini pubblicitari, e chi caccia il money ha sempre ragione.

Da qualsiasi parte la guardiamo, la NewTV è funzionalmente differente dalla fruizione del segnale televisivo tradizionale. In parole povere, i metrics per definire chi vince e chi perde nella sfida della streaming audience sono tutti da scrivere, e con la manina già salutano (bye bye) i vecchi campioni statistici (thank you, è stato bello finchè durato).

La questione è urgente. ComScore parla di 14.3 miliardi di video online visti dagli americani nel mese di Dicembre 2008. Circa 150 milioni di yankees si sono sorbiti una media di 96 stream a testa, mentre Babbo Natale allenava le renne. YouTube in crescita spaventosa (+49% rispetto a Novembre), ma Hulu incassa il record più ambito, quello del tempo speso sul suo player dai navigatori (10 minuti per video, in media; GoogleTube neppure ti consente di uploadare video più lunghi di 10 minuti…).

Insomma, figo, fighissimo, la NewTV spopola. Ma per convincere chi finora ha sempre investito sull’analogico a trasferire i suoi eurodollari nello streaming servono certificazioni e regole. Servono metrics universalmente accettati, sebbene ancora perfettibili.

Non a caso, le prime regolette le ha stilate l’Interactive Advertising Bureau. Determinare chi vede cosa, chi clicca dove, chi interagisce come – i metrics – è vitale per l’espansione del fatturato in videospot. Potete scaricare i documenti IAB da qui: www.iab.net. Roba tecnica, tipo la divisione delle pubblicità “in-stream” tra lineari (i pre-rolls e i takeover, in pratica cartelloni o sponsorizzazioni a inizio/fine video, oppure interruzioni pubblicitarie classiche, i cari vecchi break; per intenderci, tutto quello che spezza il flusso video originario) e non-lineari (gli overlays, ad esempio sovraimpressioni grafiche durante il video, talvolta cliccabili, che non interrompono la consumption del contenuto).

Il problema è che manca ancora il consenso sulla definizione di “view”. Dopo quanto tempo speso incollati davanti al monitor a fissare un eschimese che fa lo scemo su CollegeHumor possiamo essere calcolati come “spettatore” della clip? Alcuni dicono: dopo 3 secondi di visione si può contare una view. Altri puntano sui bits: dividiamo il totale bits trasferiti di un video per il peso del file (se un video che pesa 10MB ha generato 1GB di traffico, avrà avuto circa 100 views). Quest’ultima teoria ha già la sua fazione scissionista: okay l’equazione, ma applichiamo un filtro più lassista (si produce una view quando almeno il 75% del file, “pesato” in bits, è stato trasferito sul pc dell’utente).

Va da sé che, come si può essere calcolati nell’ascolto medio della Ventura anche se durante l’intero varietà stai amoreggiando con la fidanzata e la TV rimane accesa perché a nessuno dei due viene in mente di cercare il telecomando e spegnerla, allo stesso modo si può cliccare su un online video, guardarne 10 secondi e stancarsi subito, ma nel frattempo la tua connessione veloce ha già scaricato l’intero file (e infatti se clicchi sulla barretta del player puoi già schizzare a fine filmato)…

Stando a TubeMogul, più della metà degli internauti molla il suo stream dopo appena un minuto (e circa il 10% si rompe dopo neanche dieci secondi). Una pubblicità post-roll infilata nei secondi finali di un video di 3 minuti viene vista solo dal 16% dell’audience iniziale. Cito TubeMogul perché so che non sparano troppe balle, e nello specifico per tirare fuori queste statistiche hanno misurato i secondi visti di 22 milioni di stream, su 6 delle piattaforme top (escluso YouTube però, ma soprattutto – e non è affatto secondario!!! – esclusi i contenuti long-form come gli episodi TV di Hulu). Diciamo che sono dati validi per il mondo dello UGC, non per la NewTV in salsa corporate simboleggiata al momento da Hulu. Ma non fa male conoscerli, no

[continua a leggere l'articolo originale]

foto di Roadsidepictures


Berlusconi e l’isola di Lost

11 February 2009 | Commenta

Non mi sembra il caso di aggiungere altro. :P