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Il mezzo è il messaggio. A patto che il messaggio sia buono

24 November 2008 | 7 Commenti

L’user Generated Content è morto.
Ad essere precisi è morta l’idea di User Generated Content così come la si intendeva nel 2004, che è cosa leggermente diversa. Per molti questo è un dato di fatto, ma noto ancora in giro gente che si ostina a pensare che l’era del “tutto 2.0″ sia tra noi.
Sono bastati pochi anni per capire che gli utenti nella maggior parte dei casi hanno poco da dire. La blogosfera italiana ne è un esempio lampante. A parte pochi rari casi, è un rincorrersi a vicenda.
Nel post precedente ho riportato un articolo emblematico, apparentemente banale e datato, in cui fondamentalmente si dice che il 90% degli utenti (del Web) sono “audience”, il 9% sono editor e solo l’1% è creatore di contenuti originali.
Come qualcuno mi ha fatto notare, questa piramide era conosciuta, ma decisamente ancora attuale. Se a distanza di qualche anno i risultati continuano ad essere gli stessi, i motivi sono facilmente identificabili.
Nonostante questo, la maggior parte di quei “pochi” contenuti prodotti sono pura “fuffa”.
Oltre all’aspetto contenutistico c’è un altro aspetto che si è imposto e di cui bisogna prendere atto: l’effetto Facebook. Facebook prescinde da tutto questo e delinea molto più chiaramente la tendenza sicuramente molto meno autoriale della rete, ma molto più predisposta a creare relazioni umane in cui il “contenuto” è l’utente stesso.
Il successo dell’iPhone non è che una dimostrazione di quanto appena detto. Il rafforzamento della concezione di rete come veicolo dell’idea di prossimità è la base del successo di un prodotto che non ha banalmente portato il Web “contenutistico” in tasca delle persone, ma ha portato in tasca della gente la capacità di generare la cognizione di prossimità fondata sugli strumenti che sono più vicini alle generazioni che lo usano. Di fatto il “telefono” Apple, non ha molto senso in quanto “telefono”, perchè la sua funzione (quella di permettere la comunicazione), la svolge più che egregiamente aprendo all’utente in mobilità canali di comunicazioni ben più complessi, meno strutturati e più completi della “semplice” idea di Meucci.
E’ una storia vecchia almeno quanto l’uomo. L’uomo non può non comunicare e per farlo cerca modi nuovi, sempre più semplici, veloci, completi e destrutturati. In questo il Web è maestro, ma quando parliamo di contenuti, non c’è storia: il contenuto deve essere di qualità, qualsiasi esso sia. Pensare semplicemente che si può creare differenziazione contenutistica di qualità affidandosi del tutto a contenuti generati dal basso è superato.
L’euforia generalizzata rispetto alla quantità di strade possibili e concretizzabili dall’umanità, figlia della filosofia del Web di seconda generazione, in realtà era figlia più che di una filosofia, di una tecnica.
Non è un caso se proprio nel periodo in cui era possibile utilizzare una nuova applicazione o un nuovo servizio al giorno, questa idea di apertura al contenuto generato dal basso ha avuto maggior successo.
Più servizi significava più possibili modalità d’espressione. In realtà anche lì abbiamo assistito alla realizzazione di una “coda lunga dei servizi Web”. Quelli che sono sopravvissuti del periodo d’oro però, sono ben pochi, e stavano tutti nella parte alta della curva dell’audience.
I vecchi pensatori della comunicazione l’avevano capito. Noi pensavamo di averli fregati, ma il tempo gli ha dato ragione: non possiamo pensare che l’umanità produca contenuti di massa e di qualità per se stessa, autoregolamentandosi. Se c’è una lezione che abbiamo davvero imparato durante questo primo decennio del secolo è ci vogliono modalità nuove di fruizione dei contenuti (e su questo c’è molto da lavorare), ma il contenuto vero e proprio deve essere strutturato secondo logiche precise, scientifiche che portano inevitabilmente a contenuti pensati e creati da chi sa farlo.
Ora, che il Web bottom-up sia riuscito a far emergere cose e personi interessanti, questo è indubbio, ma stiamo parlando di casi rari.

Di sicuro questi anni hanno portato un’ondata di “eccessivo calore” nel panorama mediatico e questo non è che positivo, ma ormai penso che possiamo affermare con certezza che l’User Generated Content puro e crudo è morto.

Pace all’anima sua.


7 Commenti in “Il mezzo è il messaggio. A patto che il messaggio sia buono”

  1. 1 Francesco Goffredo  | 9:23 am | 24 November 2008:

    Giovanni, ottima considerazione.
    E’ difficile accorgersi di quanto hai raccontato se lo vivi in prima persona.
    Tu sei stato capace di distaccarti e scrivere questa riflessione ad occhi aperti.

    Pace all’anima dello ugc.

  2. 2 hb  | 11:34 am | 24 November 2008:

    Secondo il tuo punto di vista però, non sembra molto “corretto” parlare di morte dello User Generated Content, come fa a morire qualcosa che non è mai nata? Forse continuiamo a far troppo riferimento alle singole tecnologie quando parliamo di generazione dei contenuti… e quindi un pò troppo facciamo riferimento alla massima ormai stravolta “il mezzo è il messaggio”… e direi che gran parte dei pensatori cui fai riferimento, probabilmente si ostinano ad inseguire l’idea che il web non è multiforme e che i cambiamenti, le evoluzioni, altro non sono (come accennavi giustamente) mode. A costo di apparire reazionario continuo a pensare che di contenuti di qualità in rete ce ne siano oggi, ne più ne meno di 10 anni fa, ciò che cambia magari è il modo di trovarli e consultarli… in questo sono d’accordo quando dici che occorre trovare metodi nuovi di fruizione, ma anche in questo credo gli strumenti continueranno a darci una mano. Mi viene in mente ad esempio una piattaforma come quella di Vimeo. Oppure è la tua esperienza in Current che ti ha costretto a questa riflessione?

  3. 3 Giovanni  | 12:01 pm | 24 November 2008:

    L’UGC ha permesso la creazione di nuovi format distribuiti in modalità del tutto nuove, ma la teoria di Anderson, che ritengo in parte superata, non permette alle nicchie di sopravvivere autonomamente. Il contenuto di nicchia non può esistere fintanto che qualcuno non lo avrà monetizzato. Per monetizzarlo e per permettere a quel contenuto di continuare ad esistere, l’adsense di google non basta. E’ un dato di fatto.
    Per poter monetizzare quel contenuto, c’è inevitabilmente bisogno di includerlo in canali di distribuzione di massa. Questo implica che il contenuto costruito per essere distribuito in una precisa modalità, debba inevitabilmente cambiare, perchè cambia il mezzo in cui esso viene distribuito (McLuhan)…o magari, come accade in Current, è il mezzo di distribuzione che si avvicina a quel contenuto contenuto il più possibile.
    Morale della favola? Il contenuto generato e distribuito dal basso (è questa la simbiosi dominante nell’idea di inizio secolo), non può vivere perchè non saprebbe come farlo.
    I contenuti generati dal basso esistono ed esisteranno (non è un caso che dico questo su un blog), ma così come per la musica, per la fotografia, per i contenuti puramente testuali o per i video, ciò che cambia è la distribuzione e di seguito quindi, in parte anche il messaggio.
    I contenuti interessanti e di qualità che si trovano in giro, esistono fintanto che chi li produce è in grado di sostenerli economicamente. Se questo smetterà di succedere, aimè, anche quei contenuti smetteranno di essere prodotti, così come già è successo in molti casi.

    Diverso, come ho scritto, è parlare di strumenti Web in grado di connettere persone. Questo blog, come tantissimi altri, è il primo strumento dell’era 2.0 che ha permesso più che generare contenuti, di permettere la creazione di un network di persone, ed è sostenibile perchè ho la possibilità di sostenerlo autonomamente senza il supporto di pubblicità. Capita però che non riesca ad essere costante, che non riesca ad offrire un prodotto frequente e approfondito, per cui lo abbandono a momenti. Se dovesse capitare che la spesa (economica e d’impegno personale) dovesse crescere, probabilmente questo blog smetterebbe di esistere.
    Vimeo, come youtube e come tutte le altre piattaforme di videosharing, stanno cambiando radicalmente rispetto al modello iniziale. A tal proposito non è un caso se youtube a distanza di anni non sia in grado di monetizzare abbastanza da sostenere le spese, mente Hulu in pochissimo tempo abbia già generato abbastanza revenue da superare youtube come volume di affari.
    In questo caso il contenuto è un fattore decisivo.

  4. 4 Max  | 5:58 pm | 26 November 2008:

    Giovanni il tuo è un bellissimo post. Credo però che le cose siano sempre state così. Credo che il fatto che la tecnologia abbia dato la possibilità a tutti di esprimersi questo non voglia dire che automaticamente tutti vogliano farlo o siano in grado di farlo.
    Succedeva già al tempo dei blog che ciò che si condivideva era la persona, Facebook è quello che mancava, che ha permesso di capirlo. Del resto se il mondo fosse fatto solo di scrittori (o screttori/wreaders per dirla alla De Kerckove) di artisti, musicisti, illustratori e videomaker, non ci sarebbero tutti gli altri mestieri che servono allo stesso modo alla società. Di tutta questa ondata ne hanno forse fatto frutto qualche blogger di talento o semplicemente chi ha capito come funzionava il meccanismo, trovando per se stesso nuove opportunità di lavoro. Il resto non lo considererei fuffa. Semplicemente se io scrivo una poesia ed è l’unica che scriverò nella mia vita, ho la possibilità di condividerla sul mio blog o su facebook, alle mie poche centinaia di amici/conoscenti, con questo non significa che io possa definirmi un poeta. Ma ho avuto il mio canale di comunicazione, il mio momento di celebrità, o semplicemente un luogo per esprimermi. Lo UGC non è morto, mi spiace contraddirti. E’ appena nato. Nuove generazioni hanno assimilato linguaggi di comunicazione nuovi e ancora da esplorare. Le nicchie hanno iniziato a dialogare tra loro, a capire che su quel tema, su quella stessa passione ci sono migliaia di persone pronte a scambiarsi contenuti e idee. Di queste migliaia di persone poi solo alcuni avranno le capacità di trasformare idee e contenuti in arte o professionalità. Ma l’audience piano piano sarà sempre meno generalista, anche se non saranno gli utenti a produrre, e questo è già un grande passo avanti. E pazienza se gli show televisivi del sabato sera, unica alternativa dell’entertainment fino a pochi anni fa, avrà meno audience.

  5. 5 Giovanni  | 1:12 pm | 27 November 2008:

    Max, quello che voglio dire riferendomi al “concetto di web 2.0 del 2004″ è che è morta di sicuro l’idea del contenuto mainstream generato dal basso. Tutte le considerazioni fatte sopra partono da questo presupposto. :)

  6. 6 Giovanni  | 12:56 pm | 28 November 2008:

    Per gli altri, per quanto riguarda current vorrei essere chiaro:
    il VC2 (viewer Created content), quello che noi intendiamo come contenuto generato dal basso parte da un presupposto leggermente diverso. Non è infatti UCG puro: ha una linea ben preciso e una post produzione coi fiocchi. Non chiamerei questo prodotto UGC solo perchè arriva dagli utenti.
    Se mai chiamerei UCG i nostri VCAM (viewer created ad), le pubblicità generate dagli utenti, ma basta guardare la qualità dei prodotti per capire che non si tratta di semplice UGC “alla youtube”.
    http://current.com/topics/88849433/canon_vcam/new/0.htm
    http://current.com/topics/88836242/warner_bros_vcam/new/0.htm

  7. 7 Filippo  | 3:37 pm | 29 November 2008:

    Esiste un favoloso esempio di contenuto creato per internet che è http://www.nonrassegnatastampa.it Videoblog satirico che ha da poco superato le 200 puntate(non è un errore 200 puntate)e ha già una 24 ore in diretta web alle spalle
    Utilizza un linguaggio unicamente concepito per il web(nessuna tv ci permetterebbe di essere così liberi), non ha scopo di lucro se non indiretto, non copia nessun programma televisivo e soprattutto è indipendente.
    In un paese normale sarebbe stato un esempio, in Italia veniamo ignorati financo dalle blogstar(che pena).
    Il web italiano rispecchia la pochezza e l’arroganza della classe politica.
    saluti


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